venerdì 19 agosto 2011

...riduzione dal danno...

Dalla pagina Facebook ... di Vasco ...

Il concetto di "riduzione del danno" è ciò che mettiamo in pratica ogni giorno, dal momento che OGNI COSA che facciamo, mangiamo, beviamo o viviamo… ci consuma il corpo …o l’animo! 

Negare o dimenticare la morte, perché anche solo parlarne è da sfigati, è già un danno culturale! 

Una cosa che può farci allontanare dalla consapevolezza di essere umani…!  

Perché senza la morte, la vita non esisterebbe neppure! Non accettare l’inevitabilità della morte significa anche non saper cogliere la realtà della vita.

Bisogna ricordarci sempre che vita conduce inevitabilmente alla morte e che essere vivi significa rischiare di morire.

L’unica cosa che possiamo fare - e che facciamo sempre - è la cosiddetta RIDUZIONE DEL DANNO: sappiamo di dover morire, eppure cerchiamo di vivere il più possibile. 

RIDUZIONE DEL DANNO: cerchiamo di farci meno male possibile, anche se questo non cambierà certo il nostro destino finale. 
RIDUZIONE DEL DANNO: il vero unico danno è la morte, e cerchiamo di ridurlo relegandolo ad un momento soltanto, l'ultimo, invece di morire mille volte al giorno per la paura, per le paranoie e per l’utopia assurda di una sicurezza totale: la vita è precaria!

L’esistenza umana è sempre stata precaria, molto prima dell’invenzione del lavoro. Anzi, il lavoro, originariamente, è stato istituito proprio per affrancare l’individuo dalla precarietà della vita. Oggi è diventato precario anche il lavoro, facendoci dimenticare e perdendo il senso per il quale era stato istituito.

Non fatevi fregare da chi fa promesse di felicità e di sicurezza che non può mantenere, perché vi farà rinunciare all’unica cosa che potete avere veramente e che senza la quale non ha più senso vivere: la libertà individuale !

...pensiero al vento...
L'articolo si chiude con una raccomandazione ... 
Fidatevi solo di chi ha il coraggio di dirvi come stanno veramente le cose, cioè dei filosofi che giustamente considerano l’uomo un essere finito, oppure di  quei rarissimi cantautori che non vendono il soliti messaggi omologati e politicamente corretti sulla vita o sull’amore, come Vasco: “Cosa possiamo noi, se non finire male…? Cosa possiamo fare? Se anche l’amore finisce, dài… ! … Dammi da bere! “

martedì 2 agosto 2011

..."Che" guerriglia - il film...

"CHE" GUERRIGLIA - IL FILM:
Dopo la rivoluzione cubana, il Che è all'apice della sua fama e del suo potere. Poi improvvisamente sparisce, e ricompare in incognito in Bolivia, dove organizza un piccolo gruppo di compagni cubani e reclute boliviane destinati a dare inizio alla grande rivoluzione latino-americana. Quella della campagna boliviana del Che è una storia di tenacia, sacrificio e idealismo - è il racconto della sconfitta di una guerra di guerriglia che alla fine lo condurrà alla morte. Ripercorrendo la sua storia, riusciamo a capire come il Che sia rimasto un simbolo dell'idealismo e dell'eroismo, ancora vivo nei cuori della gente di tutto il mondo.

Il prologo è nel discorso di Fidel Castro al Comitato Centrale del Partito Comunista Cubano …

Cuba, 3 Ottobre 1965

“Se a qualcuno vanno attribuiti tutti i meriti e le virtù necessarie al grado più alto, questo qualcuno è il Che. Egli tuttavia non figura tra i membri del nostro Comitato Centrale e questo lo si può spiegare leggendo una lettera che ho qui … scritta di suo pugno … del Compagno Ernesto Guevara e che da se medesima si spiega. E dice così:

Havana, anno dell’agricoltura

Fidel,
mi ricordo in queste ore di molte cose, di quando ti conobbi in casa di Maria Antonia, di quando mi proponesti di venire con voi, di tutta la tensione dei nostri preparativi.
Un giorno si presentò qualcuno chiedendo chi si dovesse avvertire in caso di morte e la possibilità reale che accadesse colpì noi tutti. Più tardi scoprimmo che era così, che in una Rivoluzione si trionfa o si muore … se è una vera Rivoluzione.
Sento di aver compiuto la parte del mio dovere che mi legava alla Rivoluzione Cubana nel suo territorio e mi congedo da te, dai compagni, dal tuo popolo … che ora è anche il mio.
Faccio formale rinuncia dei miei incarichi nella Direzione del Partito, del mio posto di Ministro, del mio grado di Comandante e della mia condizione di cubano.
Altre terre del mondo reclamano i miei modesti sforzi. Io posso fare quello che a te è negato per le responsabilità che hai al comando di Cuba ed è giunta l’ora di separarci.
Se la mia ultima ora arriverà sotto altri cieli il mio ultimo pensiero sarà per questo popolo e specialmente per te.”

DUE BREVI COLLOQUI … DAL FILM:

PRIMO COLLOQUIO: il Che parla ai suoi compagni di guerriglia … nella giungla boliviana:

“Presto, non so quando ma presto, affronteremo il nemico.
I nostri contatti con l’esterno saranno minimi.
Alcuni di noi moriranno, ed è triste vedere i tuoi compagni morire perché le tue risorse sono limitate e non li puoi aiutare.
Il cibo sarà scarso, a volte potremmo non avere niente da mangiare. E se questo ancora non  bastasse dovremmo sopportare l’inclemenza del clima.
E alla fine saremmo quasi dei rifiuti umani.
Questo è tutto quello che vi posso promettere. Pensateci bene. Siete ancora in tempo per tornare alle vostre case, dopo sarà troppo tardi.
Per finire, voglio ripetere quello che ho già detto … IO STO QUI, E PER FARMI ANDARE VIA DA QUI MI DOVRANNO UCCIDERE, IO SARO’ AL FIANCO DI QUELLI CHE RESTERANNO … FINO ALLA VITTORIA !!”


SECONDO COLLOQUIO: tra il Che, ormai prigioniero e prossimo all’esecuzione, e uno dei soldati suo carceriere ... dopo che, per un affronto con un altro soldato, per ritorsione gli erano stati affiancati nella stessa cella i cadaveri di due suoi compagni, tenuti lì per un giorno intero.

SOLDATO: Questo non si fa … non si fa con i morti.

SOLDATO: Vuole fumare?
CHE: SI. Grazie

SOLDATO: Com’è Cuba?
CHE: Cuba sta progredendo

SOLDATO: C’è la religione là?
CHE: SI, ci sono “le” religioni.

SOLDATO: Mi avevano detto che i comunisti non credono in Dio.
CHE: Beh, a Cuba non c’è una religione ufficiale, ma molta gente crede in Dio

SOLDATO: Lei non crede in niente?
CHE: SI, io credo nell’uomo. Sei sposato?

SOLDATO: NO NO, e lei?
CHE: SI

SOLDATO: Ha figli?
CHE: Ne ho cinque, tre femmine e due maschi

SOLDATO: Un altro tiro?
CHE: SI … Come ti chiami?

SOLDATO: Eduardo
CHE: Slegami Eduardo

E quello, uscendo in tutta fretta dalla cella, va a sedersi e confidarsi col suo compagno di guardia:

SOLDATO: Lo sai, quello mi ha chiesto di slegarlo
SOLDATO2: Come?

SOLDATO: Mi hai sentito, mi ha chiesto di slegarlo
SOLDATO2: Ma sei matto! … ci fucilano tutti due.

SOLDATO: Io non ci torno lì dentro. Vacci tu …


…pensiero al vento…
Dedicato a tutti quelli che “vogliono cambiare tutto” … affinchè nulla cambi !!!


domenica 31 luglio 2011

...seminatori di guerre...

Un capitolo a parte meritano i ... seminatori di guerre ...

Che poi sono l'emblema più alto dell'ipocrisia che domina sovrana ...

ECCO un illuminante testo di Antonio Gramsci ...

Troppo pochi sono gli uomini che si sforzano di comprendere in tutte le sue complicate risorse malefiche la società cui appartengono; troppo pochi sono quelli che si propongono di trasformarla concretamente, che si propongono, nell’attesa di poterla sostituire, di imprigionarla nella rete di un intenso controllo per impedirle di far diventare crudele il maleficio che richiude latente.

Perché c’è chi lavora sempre, continuamente per iniziare le guerre. Perché c’è chi getta continuamente delle scintille sulle polveri infiammabili, e opera fra gli uomini, e suscita dubbi, e semina il panico. Perché ci sono i professionisti della guerra, perché c’è chi dalla guerra guadagna, anche se la collettività, le collettività nazionali non ne ricavano che lutti e rovine.

I seminatori di panico sono sempre esistiti. Sono sempre esistiti i professionisti della guerra. Anche nel mondo antico. Nelle favole di Fedro se ne trova traccia.

Racconta Fedro che in un albero di quercia abitavano tre famiglie. Un’aquila aveva fabbricato il suo nido e covato le sue uova sulla cima dell’albero. Un cinghiale s’era scavato il giaciglio alle radici. Un gatto aveva trovato a metà dell’albero il rifugio sicuro alle sue scorrerie e alle sue rapine. L’aquila e il cinghiale vivevano in pace tra loro, allevando i propri figli, ignorandosi a vicenda. Il gatto salì sul nido dell’aquila, e misteriosamente le parlò dei perversi disegni del cinghiale: a dargli ascolto l’albero stava per crollare, il cinghiale lavorava a scavare sotto le radici perché voleva divorare i piccoli aquilotti; che poteva fare l’aquila per salvare la prole? Assalire per prima, costringere l’insidioso nemico a sgomberare, divorargli i figli, far cessare il subdolo lavoro sotterraneo.

Seminato così il panico, il gatto andò a trovare il cinghiale. Quando mai si era vista bestia più stupida di questa divoratrice di ghiande? L’aquila aveva posto il suo nido sulla cima della quercia proprio per cogliere il momento opportuno, per potere a suo bell’agio rapire i piccoli del cinghiale, e questi non si premuniva, non cercava di far scappare il nemico? Eppure sarebbe stato così facile: sarebbe bastato scavare sotto le radici, far cadere l’albero ed essere il primo a distruggere la casa e la potenza del nemico implacabile. Avvenne così che il cinghiale non osò più lasciare incustodita la sua tana e morì di fame, l’aquila non abbandonò più il suo nido e anch’essa morì di fame. Il gatto divorò le carogne e per qualche giorno non ebbe bisogno di correre per i boschi in caccia di preda.

I seminatori di panico non sono un’invenzione moderna.

...pensiero al vento...
diretto a chi NON ha orecchie per sentire!! ... sennò che ipocrita sarebbe?

mercoledì 27 luglio 2011

…libera informazione?...

31 luglio 2011 … giorno triste per la Libera Informazione …

Sarà l'ultimo giorno di programmazione di Current TV (che fino ad oggi trasmetteva su Sky).

Per congedarsi dal pubblico il canale propone in questi giorni … all'inizio e alla fine di ogni blocco pubblicitario il messaggio su schermo nero:
“Grazie, ai nostri spettatori a chi ci ha seguito in tv, a chi ha partecipato e condiviso in rete, a chi ha scritto e parlato di noi, a chi ha voluto premiarci per il nostro lavoro, a chi ha deciso di collaborare con noi, a chi ci ha guardato e poi criticato. Grazie a tutti quelli che Montanelli chiamerebbe i nostri 'lettori'. Perché sono stati i nostri veri padroni”.


…pensiero al vento…
Purtroppo i veri padroni dell’informazione NON sono i “lettori” ma i “letti” … quelli di Arcore e di quant’altre alcove di palazzo …

martedì 26 luglio 2011

...amici o compagni?...

Interessante scambio … tra il giornalista Marco Bracconi de La Repubblica e Nichi Vendola …

Aveva scritto Bracconi:

“I militanti di Sel sono infuriati con Nichi Vendola, colpevole di aver ripudiato la parola “compagni” in favore di “amici”. Una disputa decisiva, soprattutto nel mezzo della speculazione internazionale, tra le tensioni sulle opere pubbliche e senza ancora un programma chiaro del centrosinistra verso le elezioni.
Si dirà che in politica le parole sono importanti. Ma proprio perché sono importanti sarebbe forse il caso di scegliere un po’ meglio quelle su cui dividersi.
E invece dalla fine del Pci e sempre la stessa storia.  Una infinita discussione sul nome da darsi che rivela la continua e perfino nevrotica ricerca di una identità. Una sfida che parla solo a sé stessa. O al massimo ispira qualche titolo furbetto di Sallusti o Belpietro.
Se proprio si vuole discutere di una parola, nell’Italia del 2013 sarebbe molto meglio discutere della parola democrazia. Perché è sulla qualità di questa parola che si gioca la vera partita, quella che riguarda tutti.
(E comunque definire la parola compagno alibi di crimini è un tantino tranchant. Chi scendeva in piazza contro le Brigate Rosse si chiamava compagno, tanto per dire).”

ED ECCO la risposta di Vendola …

Caro Bracconi  (cari “amici e amiche” di Repubblica),
hai davvero ragione nel sottolineare  lo stupore perche’ nel giorno in cui il governo e il Parlamento si apprestano a votare una manovra economica che pesera’ in maniera drammatica sulle famiglie italiane, sui ceti medio-bassi, sui soliti noti, noi stiamo qui, sui blog, sul web,  a ragionare su un titolo di agenzia di stampa di dieci giorni fa su  compagni/amici.

Ed e’ stupefacente il tentativo di costruire una polemica politica sul nulla, sul vuoto. 

Non possiamo giocare sulle parole.  

Addolora molto che i virtuosi del capovolgimento del significato delle parole possano trovare cosi’ tanto spazio nei media, oltre che nei social network.  Come e’ stato sottolineato dalle testimonianze di chi c’era a quella presentazione, non ho mai rinunciato ad una parola che mi accompagna sin da quando ero ragazzino: compagno.

Parola che trovo bellissima, e che significa spezzare il pane insieme. Ho semplicemente criticato un’idea che nel vecchio Pci era abbastanza consolidata, che all’interno del partito bisognasse essere compagni ma non necessariamente amici. E talvolta si poteva  essere compagni coltivando tenaci inimicizie. Io oggi penso che questa fosse una concezione sbagliata, e che nei luoghi della politica a sinistra bisogna trovare, occasioni di arricchimento umano, occasioni per stringere relazioni interpersonali che possano essere di reciproco giovamento. 

Tutto qua. Il resto e’ chiacchera e pettegolezzo. E ora, se siamo d’accordo, prestiamo la nostra attenzione, il nostro impegno, le idee di ciascuno di noi  a costruire un’alternativa di centrosinistra in questo Paese. E’ questo che forse ci chiede il nostro Popolo. O e’ chiedere troppo?
Con “amicizia”, Nichi Vendola

…pensiero al vento…
“costruire un’alternativa” … E’ QUESTA la chiave per sperare in un futuro diverso … se MAI ce l’avrà un futuro diverso … il nostro BelReame con troppi sudditi maestri di opportunismo  …

Ci sta ... il ricordo di come Ernesto Guevara rispose alla signora Maria Guevara che, dalla Spagna, gli chiedeva se potessero essere parenti, anche lontani. E lui , ricordando di non avere avi spagnoli: ... "NON CREDO CHE SIAMO PARENTI, MA SE LEI E' CAPACE DI TREMARE D'INDIGNAZIONE OGNI QUALVOLTA SI COMMETTA UN'INGIUSTIZIA NEL MONDO, ALLORA SIAMO COMPAGNI, IL CHE E' PIU' IMPORTANTE. (Ernesto Che Guevara, lettera a Maria Rosario Guevara, 20 Febbraio 1964)

domenica 17 luglio 2011

...lotta di (prima) classe...

In vena di metafore storico-cinematografiche, Tremonti segnala che l’Italia rischia di fare la fine del Titanic, e avverte che in caso di naufragio-default anche chi viaggia in prima classe non si salverà.

La metafora è un po’ banale, ma efficace.

Occorre però precisare che all’epoca del disastro i passeggeri dei ponti superiori si salvarono in misura del 60%, a fronte del 40% di quelli di seconda classe e del 25% di quelli di terza.

Se l’Italia è come il Titanic Tremonti sarebbe più onesto nel dire che col naufragio-default i ricchi saranno un po’ meno ricchi, e i poveri andranno decisamente per stracci.

...pensiero al vento...
E di sicuro ad Arcore si continuerà a suonare imperterriti con Apicella, come se niente fosse.

mercoledì 13 luglio 2011

...come scritti oggi...

“Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni. Lo comprenderai meglio e forse finirai con l’accorgerti che ha un pò, o molto, di ragione. Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi. Ma i panni dei miei avversari erano cosi sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire.”

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime."

...pensiero al vento...
pensieri di Antonio Gramsci ... Febbraio 1917 ... ma sembrano scritti oggi !!!
 
ottimi consigli ... per uscire dalle paludi ...