domenica 31 luglio 2011

...seminatori di guerre...

Un capitolo a parte meritano i ... seminatori di guerre ...

Che poi sono l'emblema più alto dell'ipocrisia che domina sovrana ...

ECCO un illuminante testo di Antonio Gramsci ...

Troppo pochi sono gli uomini che si sforzano di comprendere in tutte le sue complicate risorse malefiche la società cui appartengono; troppo pochi sono quelli che si propongono di trasformarla concretamente, che si propongono, nell’attesa di poterla sostituire, di imprigionarla nella rete di un intenso controllo per impedirle di far diventare crudele il maleficio che richiude latente.

Perché c’è chi lavora sempre, continuamente per iniziare le guerre. Perché c’è chi getta continuamente delle scintille sulle polveri infiammabili, e opera fra gli uomini, e suscita dubbi, e semina il panico. Perché ci sono i professionisti della guerra, perché c’è chi dalla guerra guadagna, anche se la collettività, le collettività nazionali non ne ricavano che lutti e rovine.

I seminatori di panico sono sempre esistiti. Sono sempre esistiti i professionisti della guerra. Anche nel mondo antico. Nelle favole di Fedro se ne trova traccia.

Racconta Fedro che in un albero di quercia abitavano tre famiglie. Un’aquila aveva fabbricato il suo nido e covato le sue uova sulla cima dell’albero. Un cinghiale s’era scavato il giaciglio alle radici. Un gatto aveva trovato a metà dell’albero il rifugio sicuro alle sue scorrerie e alle sue rapine. L’aquila e il cinghiale vivevano in pace tra loro, allevando i propri figli, ignorandosi a vicenda. Il gatto salì sul nido dell’aquila, e misteriosamente le parlò dei perversi disegni del cinghiale: a dargli ascolto l’albero stava per crollare, il cinghiale lavorava a scavare sotto le radici perché voleva divorare i piccoli aquilotti; che poteva fare l’aquila per salvare la prole? Assalire per prima, costringere l’insidioso nemico a sgomberare, divorargli i figli, far cessare il subdolo lavoro sotterraneo.

Seminato così il panico, il gatto andò a trovare il cinghiale. Quando mai si era vista bestia più stupida di questa divoratrice di ghiande? L’aquila aveva posto il suo nido sulla cima della quercia proprio per cogliere il momento opportuno, per potere a suo bell’agio rapire i piccoli del cinghiale, e questi non si premuniva, non cercava di far scappare il nemico? Eppure sarebbe stato così facile: sarebbe bastato scavare sotto le radici, far cadere l’albero ed essere il primo a distruggere la casa e la potenza del nemico implacabile. Avvenne così che il cinghiale non osò più lasciare incustodita la sua tana e morì di fame, l’aquila non abbandonò più il suo nido e anch’essa morì di fame. Il gatto divorò le carogne e per qualche giorno non ebbe bisogno di correre per i boschi in caccia di preda.

I seminatori di panico non sono un’invenzione moderna.

...pensiero al vento...
diretto a chi NON ha orecchie per sentire!! ... sennò che ipocrita sarebbe?

mercoledì 27 luglio 2011

…libera informazione?...

31 luglio 2011 … giorno triste per la Libera Informazione …

Sarà l'ultimo giorno di programmazione di Current TV (che fino ad oggi trasmetteva su Sky).

Per congedarsi dal pubblico il canale propone in questi giorni … all'inizio e alla fine di ogni blocco pubblicitario il messaggio su schermo nero:
Grazie, ai nostri spettatori a chi ci ha seguito in tv, a chi ha partecipato e condiviso in rete, a chi ha scritto e parlato di noi, a chi ha voluto premiarci per il nostro lavoro, a chi ha deciso di collaborare con noi, a chi ci ha guardato e poi criticato. Grazie a tutti quelli che Montanelli chiamerebbe i nostri 'lettori'. Perché sono stati i nostri veri padroni”.


…pensiero al vento…
Purtroppo i veri padroni dell’informazione NON sono i “lettori” ma i “letti” … quelli di Arcore e di quant’altre alcove di palazzo …

martedì 26 luglio 2011

...amici o compagni?...

Interessante scambio … tra il giornalista Marco Bracconi de La Repubblica e Nichi Vendola

Aveva scritto Bracconi:

I militanti di Sel sono infuriati con Nichi Vendola, colpevole di aver ripudiato la parola “compagni” in favore di “amici”. Una disputa decisiva, soprattutto nel mezzo della speculazione internazionale, tra le tensioni sulle opere pubbliche e senza ancora un programma chiaro del centrosinistra verso le elezioni.
Si dirà che in politica le parole sono importanti. Ma proprio perché sono importanti sarebbe forse il caso di scegliere un po’ meglio quelle su cui dividersi.
E invece dalla fine del Pci e sempre la stessa storia.  Una infinita discussione sul nome da darsi che rivela la continua e perfino nevrotica ricerca di una identità. Una sfida che parla solo a sé stessa. O al massimo ispira qualche titolo furbetto di Sallusti o Belpietro.
Se proprio si vuole discutere di una parola, nell’Italia del 2013 sarebbe molto meglio discutere della parola democrazia. Perché è sulla qualità di questa parola che si gioca la vera partita, quella che riguarda tutti.
(E comunque definire la parola compagno alibi di crimini è un tantino tranchant. Chi scendeva in piazza contro le Brigate Rosse si chiamava compagno, tanto per dire).”

ED ECCO la risposta di Vendola …

Caro Bracconi  (cari “amici e amiche” di Repubblica),
hai davvero ragione nel sottolineare  lo stupore perche’ nel giorno in cui il governo e il Parlamento si apprestano a votare una manovra economica che pesera’ in maniera drammatica sulle famiglie italiane, sui ceti medio-bassi, sui soliti noti, noi stiamo qui, sui blog, sul web,  a ragionare su un titolo di agenzia di stampa di dieci giorni fa su  compagni/amici.

Ed e’ stupefacente il tentativo di costruire una polemica politica sul nulla, sul vuoto. 

Non possiamo giocare sulle parole.  

Addolora molto che i virtuosi del capovolgimento del significato delle parole possano trovare cosi’ tanto spazio nei media, oltre che nei social network.  Come e’ stato sottolineato dalle testimonianze di chi c’era a quella presentazione, non ho mai rinunciato ad una parola che mi accompagna sin da quando ero ragazzino: compagno.

Parola che trovo bellissima, e che significa spezzare il pane insieme. Ho semplicemente criticato un’idea che nel vecchio Pci era abbastanza consolidata, che all’interno del partito bisognasse essere compagni ma non necessariamente amici. E talvolta si poteva  essere compagni coltivando tenaci inimicizie. Io oggi penso che questa fosse una concezione sbagliata, e che nei luoghi della politica a sinistra bisogna trovare, occasioni di arricchimento umano, occasioni per stringere relazioni interpersonali che possano essere di reciproco giovamento. 

Tutto qua. Il resto e’ chiacchera e pettegolezzo. E ora, se siamo d’accordo, prestiamo la nostra attenzione, il nostro impegno, le idee di ciascuno di noi  a costruire un’alternativa di centrosinistra in questo Paese. E’ questo che forse ci chiede il nostro Popolo. O e’ chiedere troppo?
Con “amicizia”, Nichi Vendola

…pensiero al vento…
costruire un’alternativa” … E’ QUESTA la chiave per sperare in un futuro diverso … se MAI ce l’avrà un futuro diverso … il nostro BelReame con troppi sudditi maestri di opportunismo 

Ci sta ... il ricordo di come Ernesto Guevara rispose alla signora Maria Guevara che, dalla Spagna, gli chiedeva se potessero essere parenti, anche lontani. E lui , ricordando di non avere avi spagnoli: ... "NON CREDO CHE SIAMO PARENTI, MA SE LEI E' CAPACE DI TREMARE D'INDIGNAZIONE OGNI QUALVOLTA SI COMMETTA UN'INGIUSTIZIA NEL MONDO, ALLORA SIAMO COMPAGNI, IL CHE E' PIU' IMPORTANTE. (Ernesto Che Guevara, lettera a Maria Rosario Guevara, 20 Febbraio 1964)

domenica 17 luglio 2011

...lotta di (prima) classe...

In vena di metafore storico-cinematografiche, Tremonti segnala che l’Italia rischia di fare la fine del Titanic, e avverte che in caso di naufragio-default anche chi viaggia in prima classe non si salverà.

La metafora è un po’ banale, ma efficace.

Occorre però precisare che all’epoca del disastro i passeggeri dei ponti superiori si salvarono in misura del 60%, a fronte del 40% di quelli di seconda classe e del 25% di quelli di terza.

Se l’Italia è come il Titanic Tremonti sarebbe più onesto nel dire che col naufragio-default i ricchi saranno un po’ meno ricchi, e i poveri andranno decisamente per stracci.

...pensiero al vento...
E di sicuro ad Arcore si continuerà a suonare imperterriti con Apicella, come se niente fosse.

mercoledì 13 luglio 2011

...come scritti oggi...

Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni. Lo comprenderai meglio e forse finirai con l’accorgerti che ha un pò, o molto, di ragione. Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi. Ma i panni dei miei avversari erano cosi sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire.

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime."

...pensiero al vento...
pensieri di Antonio Gramsci ... Febbraio 1917 ... ma sembrano scritti oggi !!!
 
ottimi consigli ... per uscire dalle paludi ...