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domenica 24 febbraio 2013

Sandro Pertini ...

24 febbraio 1990 ...
a 23 anni dalla scomparsa del presidente SANDRO PERTINI, un grande uomo,coraggioso e libero ...
...pensiero al vento...
"Non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale. 
Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? 
Questo non è un uomo libero.”
 

martedì 27 novembre 2012

Dedicato ai "moderati" ...


Nel 2005 Dario Fo decise di candidarsi a Sindaco di Milano ...



Ecco un suo bellissimo testo ... DEDICATO ai "moderati" ...

Io non sono un moderato
 
Se cercate un moderato, state attenti a votare per me …
… perché con me si rischia !
Ma veramente volete un moderato ?
Il moderato è forte con i deboli e debole con i forti.
Il moderato finge di risolvere i problemi senza affrontarli!
Il moderato chiude un occhio sulle speculazioni edilizie.
Il moderato caccia gli inquilini dalle case in centro
e poi le rivende ai magnati della speculazione.
Il moderato trasforma in ghetto la periferia.
Il moderato accetta una scuola per i ricchi e una per i poveri.
Il moderato lascia intristire la città, e applaude ai grattacieli, dove non si vedono
bambini che giocano e gente che pedala in bicicletta.
Il moderato teme di dispiacere ai cittadini che contano
e non concede parola a quelli che non hanno voce.
Il moderato non cambierà mai nulla.
Il moderato non risolve il problema dell’inquinamento
di Milano, non salverà i polmoni da settantenni dei bambini di 5 anni.
Il moderato non vi libererà dal traffico dal milione
di automobili spernacchianti che hanno trasformato la città
in una camera a gas.
Oggi sembra che non essere moderati sia un difetto o un delitto;
oppure che sia un privilegio dei giovani.
Ma ci vogliono tanti anni … per diventare veramente giovani!
Milano, se la mia musica è troppo forte, allora vuol dire
che stai diventando troppo vecchia.
Nessun moderato ha mai fatto la storia,
e nessun moderato ha mai girato il mondo. preso un Nobel.
Io non sono un moderato!
Sarò un sindaco che rischia.
Perché Io credo che il rischio del cambiamento sia l’unica risposta
corretta per chi investe il suo voto in un progetto di rinnovamento. per Milano.
Se scegliete di votare per me, rischiate molto…
Rischiate persino di trovarvi (finalmente) a vivere in una città migliore!

...pensiero al vento...
moderato è un termine ALTO che nel BelPaese italiota diventa spesso sinonimo di "pronto a tutto" ... e SOPRATTUTTO a cambiare "carro a convenienza" ...
INSOMMA, troppo spesso i MODERATI fanno POLITICA come i bambini giocano a calcio ... CORRENDO tutti appresso al pallone (del potere nel caso specifico) ...

lunedì 3 settembre 2012

Il giorno prima…


Dedicato ad Angelo Vassallo (Pollica, 22 settembre 1953 – Pollica, 5 settembre 2010) ...
 
Il giorno prima… [racconto di Maria Rossi]

‘O pesce viento. I pescatori lo chiamano così. Perché, come il vento è imprevedibile, improvviso, irascibile, iroso e forte.
 
Non si da dove arriva né come si presenterà. Ma quando arriva e forma il branco sotto la chiglia della barca comincia la lotta per la sua cattura. E si difende bene, questo saporito gigante del mediterraneo che appassiona anche i principianti alla sua pesca perché pescarne uno è come espugnare una roccaforte, la roccaforte di quel mare “addo nun ce stanno taverne” ma dove si può sentire ancora la voce delle sirene, di Palinuro, del principe Tirreno nascosti negli anfratti delle scogliere che baciano le coste e si inabissano nel verde delle montagne cilentane.
 
Angelo Vassallo amava pescare il tonno. Organizzava l’uscita con Bernardo il suo compagno di sempre che lo accompagnava fedele col compito di procurarsi la pastura: 3 spaselle di sarde che poi pazientemente, una volta raggiunto il largo, avrebbe cominciato a seminare in mare solleticando l’ingordigia della loro preda.
 
Quella domenica mattina il mare era un incanto. I colori settembrini non si smentivano mai. Ad Angelo pareva che il suo mare, il mare di Pollica, insignito ogni anno di bandiera azzurra, avesse la capacità di cambiare tonalità di colore a seconda del mese e a settembre le acque di Acciaroli univano alla limpidezza del topazio, fili di corallo, pagliuzze di smeraldo e chiazze di oro, come se prima di ingrigirsi coi colori dell’inverno, restituisse tutto lo splendore accumulato nei mesi estivi, così come fa una donna irradiata dalla forza di un grande innamoramento.
 
Bernardo era già sul molo. Aveva sistemato le cassettine con le sarde sulla barca e si apprestava a mettersi al timone mentre Angelo, come era solito fare si sarebbe goduto il paesaggio che si allontanava gradualmente dalla sua vista, sorridendo con lo sguardo a quel piccolo mondo paesano incastonato sulla costa cilentana di cui egli era primo cittadino.

«Neh, Ngiulì, ma la marenna te la si portata?» Bernardo apostrofò quel compagno così come faceva solo quando erano da soli, quando la divisione tra sindaco e cittadino non c’era, quando essi erano ancora gli scugnizzi che correvano sulla spiaggia a giocare a pallone in tutte le ore possibili del giorno, tra le urla dei genitori che tentavano di rintracciarli e di ricondurli a casa a studiare.
 
Davanti alla gente anche per Bernardo, Angelo Vassallo diventava il sindaco e così gli si rivolgeva, nonostante Angelo lo avesse pregato più volte di chiamarlo per nome.

«In mare, solo quando stiamo mmiezzo ‘o mare tu ritorni Ngiulillo! Ma sulla terraferma sei il sindaco, pure per me!»

Ed ora lì, alle prese con gli ami, le esche, le canne, il timone, riacquistava la confidenza col suo amico sindaco e lo prendeva in giro concedendo solo al mare di assistere alla sua sfrontatezza nei confronti del primo cittadino!

«No che non te la sei portata! Tanto qua ci sta ‘o fesso che ci pensa! Uno di questi giorni ti lascio a digiuno!»
 
Angelo sorrise, ma con tono dimesso gli rispose: «Puoi farlo già oggi. Non credo che onorerò la tua merenda stamattina…»

«Ueh! E che è sta faccia scura?»

«Niente… Dai salpiamo! Abbiamo già fatto tardi!»

La barca di Bernardo prese a trottare pigra sulle acque del porticciolo e si avventurò verso il largo mentre la Madonna bianca posta sulla punta occidentale del molo li accompagnava con le sue palme tese.

Angelo aveva lo sguardo perso dietro il Monte Stella che, man mano che la barca si allontanava, allargava la sua mole abbracciando la costa, le pinete e il mare.

A tre miglia circa dalla costa, Bernardo cominciò la semina delle sarde in mare. Angelo era silenzioso. Le sarde luccicanti occhieggiavano sulla superficie, richiamo sensuale, per il pesce viento, il re tonno.

«Berna’ ma secondo te noi siamo tonni o sardine?»

«Ngiulì …e pecchè questa domanda? »

«Niente pensavo…»

«A cosa pensavi ? fammi sentire perché c’è qualcosa che non val. E’ da stamattina che guardi lontano senza guardare niente e mo ti sei messo a guardare le sardine!»

«Forse perché oggi mi sento una sardina che è pronta per diventare la pastura di un bel tonno vorace…»

«Tu non me la conti giusta! Mi devi dire qualcosa?»

Il sindaco tentennò, ma a Bernardo non poteva mentire.

«Si. Giorni fa ho avuto una telefonata… Un amico, mi ha detto».

«E che voleva?»

«Mi ha minacciato … là per là non ci ho pensato ... non gli ho dato retta. Questi devono essere quelli dell’autostrada, ho pensato. Ma stamattina tengo un cuore scuro che non ti so spiegare»

«lo hai detto ai carabinieri?»

«No, non ancora… »

«E hai sbagliato! Se hai bisogno di protezione quelli te la devono dare! Tu stai dando fastidio, sindaco! E ti devi stare accorto!»

«Che fai? Mi chiami sindaco pure qua in mezzo al mare dove stiamo io e te?»

«Tu lo sai… quando sei sindaco io non ti riesco a chiamare per nome. E in questo momento tu sei il sindaco di Pollica, preoccupato per una minaccia seria. Domani ti accompagno io in caserma!»

Angelo Vassallo sorrise. Quel compagno d’infanzia aveva la capacità di mitigare le sue angosce e riscaldargli il cuore col suo affetto sincero.

«Berna’, lo sai che penso? Che se tu fossi stato una femmina, con tutto che voglio bene veramente a mia moglie, mi sarei innamorato di te!»

Bernardo scoppiò a ridere! «E che è? Si diventato ricchione?»

Anche il sindaco rise, mentre la canna prese a ondeggiare fortemente.

«Uh madonna santa, ha abboccato!! Giesù mio e quanto è gruosso!»

Angelo si affacciò a guardare il pesce tra le acque mentre Bernardo cominciava le manovre per tirarlo a bordo.

«Aspetta Berna’! Non tirarlo!»

«Vuoi aspettare il branco? Ma questo è enorme!»

«No! Non lo tirare dagli lenza!»

«Ma se gli dò lenza si può liberare!»

«Dagli lenza ti ho detto!»

Bernardo obbedì e il pesce, avendo avuto spazio, con un colpo di coda si sganciò dall’amo.

«Hai visto? Che ti avevo detto? Lo abbiamo perso!»

Angelo guardò il suo compagno e con lo sguardo rivolto al pesce ormai libero e lontano, concluse:

«Lascialo andare… stavolta non tocca a lui morire…»
 
...pensiero al vento ...
 
 
 

sabato 28 luglio 2012

ignoranza politica ...

Pensiero ... estivo ...

...pensiero al vento...
Buone vacanze ... a-riscriversi e ri-leggerci a Settembre


giovedì 19 luglio 2012

Manfredi Borsellino ... grazie caro papà ...


19 luglio 1992 - 19 luglio 2012 ...

Manfredi Borsellino (figlio di Paolo Borsellino) "Grazie caro papà"

(trovate 5 minuti del vostro prezioso tempo per leggere questa lettera scritta dal figlio di Paolo Borsellino..)

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.
 Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.
 Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo.
In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente del Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.

Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare. Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii. Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di …, desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere. D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di … o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.



Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

Il 19 luglio a Como alle 21: In memoria di......

...pensiero al vento... 
rispetto ... ricordo ... esempio da imitare !!!



giovedì 7 giugno 2012

Non esiste soluzione tecnica alla politica ...


Ogni Popolo ha il governo che si merita”. Citazione comunemente usata ma sulla quale non capita spesso di soffermarsi a pensare concependola in quanto conseguenza delle scelte fatte dagli elettori nel segreto delle urne e della loro attenzione nei confronti dell’evoluzione delle dinamiche politiche.

Ma di questi tempi i cittadini sono privati persino dell’indispensabile responsabilità di scegliere i propri rappresentanti, siano questi eletti nelle Camere o membri del Governo e nel vivo di una situazione emergenziale ci appare drammaticamente come  dall’Italia la Politica latita da un bel po’ di anni.

Il sistema politico italiano ha dimostrato di non avere interpreti adeguati e capaci di rappresentare al meglio il Paese, che invece di adoperarsi per lasciare che una nuova e competente classe politica riscatti i cittadini, continua a perseverare nel mantenimento delle posizioni acquisite, ritardando artificiosamente quell’inevitabile processo di rinnovamento che storicamente avviene in maniera naturale  o attraverso un momento di rottura.

Da quarant’anni viviamo in un sistema politico blindato, obsoleto, paragonabile all’Inghilterra del primo Costituzionalismo, quando il Re nominava a vita i membri della Camera Alta che trasmettevano per eredità il proprio mandato. La classe politica del nostro Paese ha ormai perso quell’empatia che deve legarla al Popolo per capirne e condividerne i sentimenti e le intenzioni.

Persino la retorica, ormai vacua e sterile, è stata privata degli intenti dei Sofisti, alla quale avevano attribuito un’imprescindibile funzione educativa volta a mantenere viva l’attenzione del demos.

Conseguenza dell’inadeguatezza e delle imperiture frizioni di una classe politica che si ricicla piuttosto che rinnovarsi, è la contemporanea tendenza alla tecnocrazia. I partiti attraverso i loro rappresentanti, hanno esplicitamente ammesso l’incapacità di governare il Paese, mettendolo nelle mani dei tecnici che nel tentativo di attuare politiche in grado di far inquadrare i conti al Paese, agiscono come agirebbe un ragioniere che taglia le voci di spesa di un’azienda a conduzione familiare. Il tutto nella più totale mancanza di legittimazione popolare.

I partiti provano a reagire, alcuni attingono dalla società civile per darsi un tono meno politico, altri fanno dell’antipolitica uno strumento per fare politica, altri ancora formano liste civiche lungo il territorio per coprire le sigle partitiche, verso le quali i cittadini sentono un forte senso di rifiuto.
Diverse reazioni, dunque, ad una conseguenza che nasce dall’aver privato la politica del suo significato letterale, in quanto arte di governare il Paese e la capacità di intraprendere iniziative volte al raggiungimento del benessere comune.

I tecnici, per definizione, si distinguono nella tutela e nel perseguimento di interessi particolari, piuttosto che nel raggiungimento dell’interesse generale, al quale ogni Popolo ha ragione di aspirare e così ogni governo che lo rappresenta. Non è con i tecnici, dunque, che il sistema politico uscirà dall’immobilismo e tornerà a rappresentare i cittadini, né gli slogan e la retorica fatta di promesse e di parole mai avverate saranno utili a risolvere i problemi del Paese.

È la Politica ed i suoi interpreti che sono mancati. Mancano proposte e progetti chiari per questo Paese, avanzate da una classe politica nuova, all’altezza, che vive le perplessità e le propensioni dei cittadini. Mancano coloro, come direbbe De Gasperi, che  agiscono pensando alle prossime generazioni piuttosto che alle prossime elezioni.

Siano i giovani a farsi spazio a gomiti larghi, per dare vitalità ad un Paese vecchio e trasandato. Facciano della crisi un’opportunità. Siano questi il veicolo del rinnovamento, scrollandosi dalle spalle le conseguenze di anni di malgoverno e dalle frizioni di una classe dirigente che ha fallito e non vuole mettersi in discussione.

I cittadini incitino e sostengano tutti quei giovani, e sono tanti, che partecipano al giogo ed alla vita interna dei partiti e che troppo spesso ne rimangono ai margini finché non si arrendono, che fanno la politica vera, tra la gente, nelle scuole, nelle università, nelle piazze, tra disoccupati e i lavoratori con cui condividono perplessità e paure, che non vivono di sogni e di illusioni. Preparati e dotati di consapevole realismo politico, che hanno studiato, perché la Politica occorre studiarla oltre che praticarla e sono consci del fatto che la loro forza stia nella chiara e limpida concezione della politica come missione, come servizio. Giovani che hanno le competenze, la grinta di dare un importante impulso al rinnovamento politico, sociale e culturale di questo Paese, che non fa altro che guardarsi ostinatamente indietro, precludendosi la possibilità di andare avanti.

È la politica che manca più di ogni cosa nella vita pubblica del nostro Paese, storditi negli anni dalle performance di nani da giardino, vallette, corrotti e corruttori che si esibivano in un tragicomico reality dal titolo: “Il fallimento di un Paese”. Ma sono in molti ormai ad avere cambiato canale e gli ascolti adesso non possono che calare.

...pensiero al vento...
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

domenica 15 aprile 2012

fondi ai partiti ...

Tutti pronti ... i partiti a NON volere più finanziamenti o rimborsi elettorali ...

Diventati tutti VIRTUOSI? ... all'improvviso? ...

MANCO per nulla ...

INTANTO chiederei a tutti ... INVECE di quanti euro rinunciano per il FUTURO ... QUALI sono gli usi che hanno fatto degli euro ricevuti nel PASSATO ... con tanto di BILANCI e RESCONTI ... dei fondi ricevuti ... e dei fondi spesi ... E COME !!!

BANALE? ... forse, ma allora perchè non ne parla nessuno? ...

...pensiero al vento...
Il mio pensiero:
il finanziamento pubblico ai partiti è sacrosanto ... COME sacrosanto deve essere il RESOCONTO sul loro uso ...
ELIMINARE il finanziamento pubblico incentiverebbe i finanziamenti privati (verso i quali sdebitarsi) ... o (peggio) quelli malavitosi ... MEDITARE prima di DEMONIZZARE !!


PER CHI VUOLE APPROFONDIRE ...
ECCO UN INTERESSANTE articolo da ... IL FATTO QUOTIDIANO ... del 15 Aprile ...
Pd, dallo Stato riceve 200 milioni, ma ai circoli finiscono solo le briciole
Solo una piccola parte dei fondi del partito finisce alle "sezioni" sul territorio. Anzi, spesso i soldi delle tessere servono a mantenere le strutture regionali. Massimo Gnudi, tesoriere del Pd dell'Emilia: "Il 36-37 per cento va sul territorio, il 30 per cento per l’attività politica più propriamente detta, il 30 per cento per il mantenimento della struttura del partito regionale, gli affitti e via dicendo"

“Il circolo lo abbiamo dovuto chiudere. Non potevamo più permetterci l’affitto della sede”. Luigi Colacchi è il segretario del Circolo Pd del quartiere Monti a Roma. Cento iscritti, una delle tantissime realtà territoriali democratiche in giro per l’Italia. Quelle che una volta si chiamavano “sezioni”. Ovvero uno di quei luoghi deputati a militanti, iscritti o simpatizzanti che dovrebbe beneficiare dei milioni e milioni di rimborsi elettorali che arrivano al Partito democratico nazionale. Diceva ieri al Fatto il tesoriere Antonio Misiani: “Noi siamo un partito vero, che esiste tutto l’anno. E i rimborsi per le amministrative li trasferiamo sul territorio”. Due conti: nel 2010 e nel 2011 il Pd ha preso di rimborsi elettorali rispettivamente 60 e 58 milioni di euro. Di questi, per le regionali ne ha ricevuti circa 12 milioni annui. Dunque, solo un quinto dei fondi complessivi è destinato al territorio. Ancora Colacchi: “Mi hanno assicurato dalla Federazione di Roma che appena hanno i soldi, ci aiuteranno ad affittare un’altra sede. Fino ad ora avevano i debiti, e non hanno potuto”. Conferma Andrea Miccoli, segretario provinciale di Roma: “Ci arrivano 200mila euro l’anno in due tranche dal partito nazionale. Ma i circoli sono 150: troppi perché possiamo aiutarli tutti”. Ma insomma, allora con questi soldi cosa si fa? “Vanno soprattutto per le spese della struttura del partito, per il personale: abbiamo nove dipendenti. E poi i manifesti, i volantini”. Adesso, poi “va meglio. Prima abbiamo dovuto ripianare i debiti”.

BERSANI evidentemente ha le sue ragioni per ribadire in ogni sede che no, “i finanziamenti ai partiti non si possono cancellare” e che all’ultima tranche evidentemente non si può rinunciare, ma al massimo “si può rimandare”. Nonostante i 200 milioni ricevuti dal 2008 a oggi, i Democratici sono in bolletta. Solo che di questi soldi sul territorio arrivano sostanzialmente solo le briciole. Spiega Raffaello Badursi, segretario del Circolo storico della Bolognina (quello della svolta di Occhetto, per intendersi): “Noi ci autofinanziamo. Con il tesseramento e con le feste dell’Unità, prima di tutto. Oltre a qualche donazione e a iniziative come quella della notte di Bologna”. Il circolo della Bolognina è uno di quelli ricchi: circa 300 tesserati e una tradizione che pesa. Ma il sistema è un po’ lo stesso ovunque: i circoli sostanzialmente si autofinanziano. Al massimo dall’alto (in questo caso, dalla federazione provinciale di riferimento) arriva qualche materiale, come i manifesti, un aiuto straordinario in casi estremi, o un contributo per le campagne elettorali. Per il resto, è più facile il contrario, ovvero che i circoli diano un aiuto finanziario al partito, di solito versando parte dei soldi ricevuti dal tesseramento. “Noi come Emilia Romagna riceviamo un milione e 200 mila euro l’anno – spiega Massimo Gnudi, tesoriere del Pd regionale – di questi 600mila rimangono al partito e 600mila vengono divisi tra le varie federazioni provinciali”.

Direttamente dal territorio, ovvero dalle tessere fatte nei circoli, però, arrivano al partito regionale 150 mila euro l’anno, 1 euro e mezzo a tessera. Ma insomma, la domanda è sempre la stessa, come si spendono questi soldi? “Noi abbiamo un bilancio complessivo di circa 2 milioni di euro (500mila ci arrivano dalle quote versate dagli eletti). Il 36-37 per cento va sul territorio, il 30 per cento per l’attività politica più propriamente detta, il 30 per cento per il mantenimento della struttura del partito regionale, gli affitti e via dicendo”.

LA PIRAMIDE dei soldi è discendente, e via via si restringe: dallo Stato arrivano al partito centrale, dal partito nazionale alle federazioni regionali, poi alle provinciali. E alla fine (forse, se proprio non se ne può fare a meno) qualche briciola arriva direttamente sul territorio, ai circoli. Dice Giulia Urso di un altro circolo storico, quello di via de’ Giubbonari a Roma: “Noi soldi non ne riceviamo. D’altra parte, siamo un circolo ricco: i nostri tesserati a volte sono molto generosi. Ma siamo certi che se ne avessimo bisogno, qualcosa arriverebbe”. Intanto, qualcosa va: “Noi tra le feste, le quote che ci arrivano dai nostri amministratori e le tessere ce la caviamo bene – racconta Emanuele Bugnone del circolo di Rivoli (provincia di Torino) – ma una parte dei soldi la diamo al provinciale. Cinque euro per ogni tessera”. I partiti “veri” funzionano così.


domenica 20 novembre 2011

...colpo di coda del kaimano...

Stava diventando un manager pubblico da guinness dei primati. Uno capace di raddoppiare le sue entrate in appena due anni, da quasi 190 mila euro a oltre 400 mila, in barba alla crisi e alle promesse del governo di contenere gli emolumenti dei dirigenti.  

Paolo Rubini, 49 anni, direttore dell’Ente per il turismo (Enit) non ha raggiunto il traguardo per un soffio. È stato bloccato in extremis da una specie di fronda interna al ministero del Turismo guidato dal capo del Dipartimento per lo sviluppo, Caterina Cittadino, che non se l’è sentita di dare pedissequamente seguito alle disposizioni del ministro uscente, Michela Vittoria Brambilla, perentoriamente impartite attraverso il capo di gabinetto, Claudio Varrone

In base a quell’ordine a Rubini e a Mario Resca, amicissimo di vecchia data di ReSilvio, consigliere Mondadori e direttore dei Beni culturali, dovevano essere versati 130 mila euro all’anno ciascuno per i loro incarichi rispettivamente di consigliere delegato e presidente di Convention Bureau, società voluta a tutti i costi dalla Brambilla ufficialmente per incrementare il turismo dei convegni, ma che in pratica si è rivelata un’inutile costola dell’Enit, una specie di carrozzone in fasce, nato con la bella dotazione di circa 7 milioni, ma capace di accumulare 567 mila euro di passivo in appena 3 mesi di vita.

Se avesse avuto anche i quattrini di Convention Bureau, Rubini avrebbe fatto Bingo cumulando questa somma ai circa 190 mila euro di direttore dell’Ente del turismo, onnicomprensivi secondo il contratto, ma che poi si sono gonfiati con altri 5.639 euro al mese che lo stesso Rubini si è assegnato per la reggenza della sede turistica di Tokyo, più 2. 639 per quella di Francoforte, più 406 euro per la reggenza della Direzione informatica. Senza contare i 16. 558 euro disposti e incassati dallo stesso Rubini a titolo di una tantum per la gestione dell’ufficio di Pechino dal 6 maggio al 24 agosto.  

Le storie intrecciate di Rubini e Convention Bureau sono esemplari. Prima di diventare direttore dell’Enit, Rubini era stato uno dei più stretti collaboratori della Brambilla in quell’avventura dei Circoli della Libertà berlusconiani passati come una meteora tra un rifrullo di quattrini e mille polemiche. Da dirigente dell’ente turistico si è messo in luce, tra l’altro, per l’ambizioso progetto di portare in mostra in giro per il mondo le opere di Michelangelo.

Un tentativo abortito e sostituito da un programma assai più sobrio, basato sull’esposizione dei lavori di un certo Roberto Bertazzon, “pittore, scultore e conceptual design”, un artista nato a Pro-secco a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, che ama dipingere e scolpire rane. Rubini si è distinto anche per il progetto Magic Italy in Tour, un programma studiato per rilanciare l’immagine dell’Italia in 19 città di 12 paesi europei attraverso una mostra su un camion in cui era presentato il meglio della cucina e della produzione agricola nazionale. Costo oltre 3 milioni di euro e organizzazione incerta, stando almeno a quel che ha raccontato alcuni giorni fa Laura Garavini del Pd in un’interrogazione alla Brambilla. Secondo la Garavini, per esempio, a Madrid in pieno luglio il camion è rimasto aperto nelle ore del solleone micidiale e delle piazze deserte, dalle 2 alle 8, per di più nel quartiere periferico di Madrid Rio.

Nelle intenzioni della Brambilla, Rubini avrebbe dovuto essere la colonna portante anche di Convention Bureau. La nascita di questa società ha seguito un percorso tortuoso. Il primo atto è una lettera dello stesso ministro Brambilla con cui si stabilisce che la nuova azienda sia finanziata con i soldi del ministero, ma sia formalmente costituita e partecipata da Promuovi Italia, altra società pubblica dipendente da Enit che di fatto, però, si occupa in prevalenza di faccende lontane dal turismo. Il passaggio chiave è del 26 gennaio e porta la firma del capo di gabinetto del ministro, Varrone, il quale impone in sostanza al Dipartimento del Turismo di derogare ai propri poteri di controllo su Enit e controllate. In questo modo da quel momento in poi sarà la stessa Enit, cioè Rubini, a vigilare sulla gestazione della nuova società relegando in un scomoda posizione subalterna Promuovi Italia.


Quest’ultima, però, prende la cosa seriamente: mette in campo un’ipotesi di piano aziendale e studia la forma societaria più appropriata. Anche se volesse, del resto, non potrebbe prendere la faccenda sottogamba, visto che per ottemperare alla volontà del ministro è costretta a una variazione di statuto e a un aumento di capitale impegnativo: da 120 mila euro a 1 milione e 120 mila. L’atteggiamento cauto dei vertici di Promuovi Italia irrita però i vertici del ministero, i quali alla fine impongono lo statuto di Convention Bureau e nominano un consiglio di amministrazione composto in prevalenza da fedelissimi del ministro. Siamo tra febbraio e marzo di quest’anno e la situazione è già talmente compromessa e pasticciata che il consiglio di amministrazione non resta in carica che per il tempo necessario a insediarsi. A maggio il vecchio consiglio viene azzerato e in quello nuovo entrano Resca e Severino Lepore, proprietario dell’Harry’s Bar di via Veneto a Roma. E subito la società comincia a spendere soldi. Tanto che, siamo in luglio, Resca convoca un’assemblea straordinaria dei soci per un aumento del capitale sociale da 500 mila euro a 1 milione e per chiedere all’azionista Promuovi Italia nuovi soldi per ripianare i debiti. Da Promuovi Italia esce così un altro milione e 500 mila euro per rimettere in corsa la società.

L’ultima stranezza arriva proprio nei giorni della caduta di Berlusconi. Poco dopo che il tabellone elettronico della Camera certifica la fine del governo, dal ministero parte la richiesta di aggiungere un altro milione alla dotazione di Convention Bureau, soldi che dovrebbero essere sottratti proprio alla dotazione di funzionamento di Promuovi Italia. Per i dirigenti di quest’ultima società è la goccia che fa traboccare il vaso, tanto che ora stanno prendendo in considerazione l’ipotesi di liquidare Convention Bureau o di cedere la partecipazione, anche gratis. Per sottrarsi a un abbraccio non voluto e soffocante.

...pensiero al vento...
colpo di coda del kaimano ... NON andato a segno!!! .. OGNI tanto pure la CASTA si inceppa !!!

martedì 15 novembre 2011

...ancora 89 minuti da giocare...

La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che lui non esiste.

E come niente… sparisce.

Se è vero che in quel lontano 26 gennaio 1994 un noto imprenditore decise di “scendere in campo” dando così inizio a quel deterioramento della politica di cui siamo tutti testimoni, è anche vero che in questi 17 anni le opposizioni hanno trasformato gli italiani da cittadini a tifosi.


Piuttosto che responsabilizzare il popolo e proporre un valido programma di cambiamento, le opposizioni si sono troppo spesso coccolate nell’antiberlusconismo e nella passiva difesa di una Carta Costituzionale ripetutamente aggredita dal Cavaliere. Il tutto senza esporre contenuti, senza esporsi.

Individuato il diavolo, era sufficiente urlargli contro e aspettare che i cittadini più sensibili intervenissero coi loro indici accusatori. Dall’altra parte, altri cittadini (quelli succubi dell’ottimismo e appisolati nel sogno berlusconiano) venivano sfruttati allo stesso modo per difendere quell’uomo che diceva di essere perseguitato dalla magistratura comunista.

In breve tempo, la politica si è trasformata da “arte del governare” ad attività di intrattenimento al pari del calcio, orientata al risultato piuttosto che ai contenuti. Così, mentre una parte negava l’esistenza dei problemi per ottenere il consenso, l’altra li portava a galla semplicemente per lo stesso motivo. Nessuna delle due parti, però, li analizzava né si preoccupava di cercare soluzioni plausibili, di avanzare proposte.

Piuttosto che strumento per disegnare il futuro del Paese, la politica era diventata serbatoio di spunti per il puntiglio, la provocazione, il dispetto, la rivalsa, la ripicca, la rappresaglia. Entusiasmo e frustrazioni avevano preso il posto del pensiero. Gli slogan, le parole forti, gli epiteti quello della realtà. Non era importante informare i cittadini, ma girarli a favore o contro qualcosa.

Ne è risultato un popolo senza coscienza politica, pronto a festeggiare davanti al Quirinale e a Palazzo Grazioli le dimissioni di un uomo che, nonostante l’età avanzata, sa ancora benissimo fare i calcoli; un uomo che ha certamente stabilito i termini delle sue dimissioni e che, oltre se stesso, rappresenta un’élite tutt’altro che disposta a mettersi in ombra; un uomo, infine, che è stato rovinato dal proprio desiderio di onnipotenza e non certo – come ha raccontato Bersani – a causa delle pressioni del Pd.

Anche se i cori e il lancio di monetine rievocano momenti passati, il presente che stiamo vivendo non ha niente a che fare con essi. Rispetto al 1993 manca ogni prospettiva di cambiamento: il nostro Paese è vicino al baratro economico; alle porte si affaccia un governo “tecnico” che dovrà far stringere ancora una volta la cinghia agli italiani e non potrà scontentare nessun partito; tanto meno quello di Berlusconi.

...pensiero al vento...
E allora cosa festeggiavano tutti quegli spumanti, quelle orchestrine, quei trenini? 
Semplicemente la caduta di un simbolo, ma non certo del suo significato. Il delirio di quelle piazze spiega l’ingenuità del nostro popolo, pronto a esultare per un gol segnato al primo minuto senza ricordare che ce ne sono ancora 89 da giocare. Stiamo a vedere. Senza illusioni.

giovedì 22 settembre 2011

Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso. 

Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.

...pensiero al vento...
In 2500 anni … come abbiamo ridotto la "democrazia" … !!!
Quasi nessuna delle virtù elencate da Pericle sono più valide (anzi viviamo esattamente nel contrario) … :(