19 luglio 1992 - 19 luglio 2012 ...
Manfredi Borsellino (figlio di Paolo
Borsellino) "Grazie caro papà"
(trovate 5 minuti del vostro prezioso
tempo per leggere questa lettera scritta dal figlio di Paolo Borsellino..)
Il primo pomeriggio di quel 23 maggio
studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale,
ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era
andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della
scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del
“taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava
dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.
Ricordo bene che mio padre,
ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di
casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che
in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un
uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.
Si cambiò e raccomandandomi di
non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno
o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima
Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia.
Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno.
Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno,
fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo
stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che
tutti conoscevamo.
Ho iniziato a piangere la morte di
mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera
ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai
dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico
fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già
piangendo la sua.
Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai
ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina
rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non
riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la
strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i
miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze,
diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un
graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo
attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo
assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare
Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi
senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci
trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo
stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il
fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni
universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui
solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno
(compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di
anticipo.
In quei giorni di luglio erano nostri
ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica
figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva
anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza
estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva
invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di
Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente del Msi
siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia
condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.
Mio padre, in verità, tentò di
scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare
strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme
agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il
giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il
relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega,
mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e
sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.
Non era la prima estate che, per ragioni
di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come
quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati
“deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale
mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune
famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto
alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di
sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone,
lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli
ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era
riuscito ad assicurarci.
Così quell’estate la villa dei nonni
materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti
più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua
adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi
dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era
appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe
stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua
scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo
sguardo e a godersi quel sole e quel mare. Anche il pranzo in casa Tricoli fu
un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di
panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare,
insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de
France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il
pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come
suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà
non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un
cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.
Dopo quello che fu tutto fuorché un
riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da
bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale
tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si
diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville
insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del
professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina,
sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per
cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri
entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli
zii. Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a
ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva
appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere
il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre
affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un
amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via
D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi
“resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora
presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi
presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e
dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo
volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e
vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che
poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario
lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto
sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha
intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di
quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima
immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.
La mia vita, come d’altra parte
quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19
luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che
dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci
pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che
mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari
superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie
di …, desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel
lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me
in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate,
non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007,
quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote
maschio.
Oggi vorrei dire a mio padre che la
nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui
temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo
percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto
“pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono
rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non
ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la
fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi
per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo
principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei
tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce
l’avrebbe fatta.
Mi piace pensare che oggi sono quello
che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo
piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più
grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento
drammatico che mi sono trovato a vivere. D’altra parte è certo quello che non
sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un
modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe
“cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto
cariche o assunto incarichi in quanto figlio di … o perché di cognome fa
Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il
quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse
ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o
una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere
debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi
non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si
restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.
Ai miei figli, ancora troppo piccoli
perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio
tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi
tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.
Caro papà, ogni sera prima di
addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato
a vivere.
Il 19 luglio a Como alle 21: In memoria di......
...pensiero al vento...
rispetto ... ricordo ... esempio da imitare !!!