Mi è piaciuto molto questo ricordo ... da un'intervista di meno di anno fa ... LUNGA ma da LEGGERE TUTTA ...
L'intervista sul Domenicale di Repubblica del 3 giugno 2012 per
i 60 anni del grande campione
di
EMANUELA AUDISIO
ROMA - Pietro Paolo corre sempre contro. Anche a sessant' anni.
"Quello della Silicon Valley, quello che ha detto che bisogna essere
affamati e folli, mi fa ridere. Noi non avevamo niente e volevamo tutto.
Eravamo cinque figli, quattro maschi e una femmina. Mio padre Salvatore era
sarto, mia madre Vincenzina lo aiutava, a me toccavano i lavori più umili:
farei piatti, pulire la cucina, lavare i vetri. Avevo tre anni quando mamma mi
mandò a comprare un bottiglione di varechina che mi si aprì nel tragitto, porto
ancora i segni sulle mani. Papà veniva da una famiglia di undici figli, due si
erano fatte suore, non c' era da mangiare a casa. Quando ho iniziato a correre
i calzoncini me li cuciva lui. Oggi non mi entrano più, nemmeno al braccio, ma
li tengo ancora. Le prime scarpe da gara le ho prese più grandi, dovevo ancora
crescere, sarebbero durate. La tv non la tenevamo, si andava al circolo degli
anziani, era su un baldacchino, pagavamo 50 lire per vederla. Ce l'avevo la
rabbia dentro, eccome". E Steve Jobs è servito.
Pietro Paolo Mennea da Barletta è così: regge i confronti. È l'ultimo recordman
mondiale bianco dello sprint, l'ultimo oro azzurro olimpico della velocità, e
attuale primatista europeo dei 200. Il suo 19"72 non ha i capelli bianchi:
dura dal 1979, al nono posto tra le migliori prestazioni di sempre. Da garzone
di bottega Pietro si dimentica le consegne. "Papà alla domenica mi mandava
in bicicletta a portare i vestiti, anche al questore
Buttiglione, io
appoggiavo la bici e andavo a giocare a pallone, stavo in porta, ma i clienti
protestavano e all'una tra i rimproveri ero intercettato. Correvamo in piazza o
attorno alla cattedrale, mi feci la fama lì. A quattordici anni divenni
collaudatore di macchine veloci. Chi comprava una Porsche o un'Alfa Romeo
veniva a suonarmi a casa alle undici di sera. Dormivo nello stesso letto, che
si tirava giù, con due fratelli, cercare di non svegliarli era dura. (segue
nelle pagine successive) ( segue dalla copertina) L'appuntamento era in via
Pier delle Vigneo in viale Giannone, sui 50 metri , un rettilineo
leggermente in discesa. Il premio: 500 lire. La macchina partiva a motore
spento oppure io avevo diritto ad un vantaggio di 50 metri . Con quei soldi
ci compravo il panino per la scuola, ci pagavo il cinema e mi divertivo la
domenica. Ma la polizia venne a sapere delle sfide e io scappai a casa".
Le prime gare provinciali con la maglia dell'Avis. "Le prima corse le ho
fatte contro Pallamolla, mio compagno di classe all'istituto tecnico. Era
imbattibile, vinceva sempre lui, ma un giorno tra le urla degli altri l'ho
lasciato indietro. Ha cambiato nome, ora si chiama Palmi. Io a quei tempi prima
di gareggiare mangiavo tre piatti di pasta al forno. La mia crescita sportiva è
stata lenta e costante, ma da ragazzo del sud nel ' 72 sono dovuto emigrare. Al
centro federale di Formia: 350 giorni di allenamento all'anno. Stavo lì pure a
Natale e Pasqua. Da solo. Vent' anni ad acqua minerale, e nemmeno gassata, il
professor Vittori non voleva. Il complimento più bello me lo hanno fatto i
vecchi custodi, la famiglia Ottaviani, che ha dichiarato: ce n'era solo uno che
in tuta entrava al campo di mattina e usciva di sera. Nel '71 ai campionati
europei gareggiai per la prima volta contro Borzov, atleta dell'Urss, dio della
velocità. Avevo 19 anni, lo guardai negli occhi, e mi chiesi: ma io uno così
quando lo batto? La stagione seguente sui 100 gli restai incollato, persi, ma
al fotofinish, 10" entrambi. Continuavo ad imparare. E a stare nella
realtà. Nel '73 con i primi guadagni mi comprai una Lancia Fulvia Montecarlo da
rally, ma non ci dormivo la notte per la paura di aver fatto il passo troppo
lungo. E la rivendetti".
"A Monaco sui 200 arrivai terzo.
Andai a festeggiare il bronzo in un ristorante, tornai, mi misi a letto, avevo
una singola. La nostra palazzina era davanti a quella di Israele, ma un po' più
in alto. Quando mi svegliai il 5 settembre mattina trovai dei tiratori sui
tetti e una situazione pazzesca, ma io quella notte non avevo sentito niente.
La polizia tedesca, senza divisa, sottovalutò gli allarmi, era mal preparata e
poco equipaggiata. E allo sport allora interessava solo spostare i terroristi
fuori dal villaggio, per poter continuare i Giochi: ammazzatevi, ma lasciateci
continuare le gare. Ho scritto a Rogge, presidente del Cio, perché a Londra, a
40 anni dalla strage, si ricordino gli atleti morti con un minuto di silenzio.
Anche se il Cio ha già detto che non intende farlo".
Messico e nuvole nel ' 79. E record a Città del Messico. Mennea aveva 27 anni,
nei 200 metri
era in corsia 4, la pista era consumata. Alle Universiadi nei giorni precedenti
era comparsa la scritta Petro Menea, il suo nome storpiato, senza i e n, errata
anche la nazionalità, francese. "Ero come un viaggiatore che stava per
partire. Ogni corsa è un viaggio. Mi chiedevo: ho preso tutto? Ero alla ricerca
di un tempo, troppe volte perduto. Pensai fosse la volta buona. Remai un po' in
curva, controllai la sbandata all'entrata del rettilineo, non smisi di
spingere, stavo andandoa trentasei chilometri all'ora con le mie gambe. Corsi i
primi cento in 10' ' 34 e i secondi in 9' ' 38. Arrivai con sei metri di
vantaggio. Il pubblico urlò, ma io non ero sicuro. Non c' erano tabelloni
elettrici, allora. Mi girai. l'unico cronometro era alla partenza. Guardai le
cifre, forse avevano sbagliato anno? Eravamo nel ' 79 non nel ' 72, mi vennero tutti
addosso, ci fu una grande confusione, non riuscivo più a respirare".
L'Italia scoprì un altro Coppi. Veniva dal meridione, faticava come una bestia,
ma in pista era resistente. Quel 19"72 aveva dentro scienzae dedizione.
"Nessuno mi dava credito, quel primato sembrava destinato a cadere in
fretta. È durato 17 anni. Dal '79 al ' 96. Al 19"66 di Michael Johnson. Ci
credo nei numeri: corsi sulla stessa pista dove Tommie Smith nel '68 aveva
stabilito il mondiale con 19''83. Undici stagioni prima. E migliorai quel tempo
di 11 centesimi. Ero in forma, affrontavo tutti, battevo gli americani, che
fisicamente erano il doppio di me. A Viareggio sui 200 Williams mi passò: avevo
le sue ginocchia all'altezza del mio mento. In California incontrai Muhammad
Ali che per me è sempre Cassius Clay. Mi presentarono come l'uomo più veloce
del mondo. Lui mi squadrò sorpreso: "Ma tu sei bianco". Sì, ma sono
nero dentro. Sono stato l'ultimo a vincere una gara di velocità, a parte il
greco Kenteris, poi rivelatosi drogato. Cos'è siamo diventati tutti brocchi?
No, ma non c' è più cultura sportiva, c' è il mito del successo, non quello di
farsi strada nella vita. Perché meravigliarsi delle scommesse? Se non si
studia, se non si hanno interessi, non c' è crescita della persona. Uno
sportivo non deve essere Einstein, ma un minimo ci devi provarea darti degli
strumentie non soloa gonfiare il portafoglio".
A Mosca nell'80 l 'oro
dei 200 metri .
La sua faccia scavata, la rimonta quando tutto sembrava perduto, lo spasmo
finale. Un made in Italy che si affermava anche nello sport. "Ma nei cento
non andai oltre la semifinale, dove mi qualificai precedendo di un centesimo
Crawford che dalla rabbia buttò giù una porta. Anche io ero giù e mi isolai. Venne
a trovarmi Borzov, ormai ex, non avevo tanta voglia di fare colazione con
l'avversario di una vita. Mi regalò l'orsetto Misha e non la fece lunga: ti ho
visto spento, senza scintilla, guardati dentro e torna a mordere la pista. In
finale mi confinarono in ottava corsia, non ero contento, non potevo
controllare gli avversari. All'uscita della curva ero penultimo, Wells
indemoniato era tre metri avanti. Penso: non avrò altre occasioni. Dodici anni
di lavoro e di dolore per niente. Allora riparto, risento tutto, rientro in
gara, recupero, vinco, alzo le braccia e il ditino. Per quell'oro guadagnai un
premio da otto milioni di lire e mi comprai sei poltrone Frau. Al ritorno il
presidente Pertini mi abbracciò con molto affetto. Tra noi c' era un buon
rapporto. Mi invitò a colazione al Quirinale, anche il giorno prima del suo
addio. Era triste, mi commosse. Gli domandai cosa avrebbe fatto. "Tornerò
a casa". Chiesi: sua moglie l'aspetta? "Lo spero",
rispose".
Le fatiche di Mennea sono state codificate. "Convegno in Germania sulla
velocità. Metà anni Ottanta. Parlo del mio training: 25 volte i 60 metri , 10 volte i 150 metri . Gli altri
tecnici sbigottiti: ma se i nostri atleti al massimo fanno 6 volte i 150. E lì
che ho capito che il doping aveva vinto: come facevano ad allenarsi tre volte
meno di me e ad ottenere risultati? Quando Vittori mostrava nei convegni il
programma di lavoro gli chiedevano: scusi, chi ha fatto queste cose è poi
morto? A Formia ci costruivamo da soli gli attrezzi, anche in quello siamo
stati artigiani. E sono tornato a sfidare i motori, come da ragazzo. Dall'auto
siamo passati alla Vespa. Solo che Vittori a volte non riusciva a cambiare le
marce in fretta, allora vincevo io. Avrei potuto ribattere il mio record dopo
Mosca, valevo 19"60, me lo confermò lui, cronometro alla mano, ma credeva
che ne sarei stato troppo appagato".
Il dottor Mennea ha cinque lauree:
Isef, scienze motorie, giurisprudenza, scienze politiche, lettere. È avvocato,
commercialista, revisore contabile, agente di calciatori, giornalista
pubblicista, insegnante universitario, è stato deputato al parlamento europeo
('99-2004). Ha cercato altra adrenalina.
È appena uscita una sua biografia per
Limina firmata con Daniele Menarini, La corsa non finisce mai, lui stesso sta
scrivendo un libro su Bolt. "Anche per me ad un certo punto è stato
difficile guardarsi allo specchio e decidere: chi vuoi essere? Forse potevo
vivere di rendita, invece mi sono rimesso ai blocchi per altre partenze. Non ci
sarà più un record come il mio, non in Italia, e non perché non possano nascere
campioni. Ma oggi c' è una società e una morale diversa, che rifiuta tutto
quello che io ho rappresentato. Io allenavo la fatica con l'allenamento".
La moglie Manuela Olivieri l'ha conosciuta ad una festa nel ' 92. Lei non
sapeva chi fosse Mennea. E al primo appuntamento pensò che il campione si
sarebbe presentato con un macchinone. "Arrivai con una Panda Young 750,
bianca con i bordini azzurri. Quando corriamo, è più in forma di me, e mi
lascia indietro. Ogni tanto c' è qualcuno nel parco che mi chiede: e tu che
fai? Vorrei avere abbastanza fiato per rispondere: ho già fatto. 5482 giorni di
allenamento, 528 gare, un oro e due bronzi olimpici, più il resto che è tanto.
A 60 anni non ho rimpianti Rifarei tutto, anzi di più. E mi allenerei otto ore
al giorno. La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni".
(21 marzo 2013)
...pensiero al vento...
è proprio vero ... "La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni" ...


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