lunedì 28 febbraio 2011

...patti Italia Libia...

Quali sono gli impegni che l'Italia ha preso nei confronti di Gheddafi con l'accordo del 2008?

Da ieri il governo dice di considerare il trattato "sospeso", ma servirebbe l'accordo di entrambe le parti

La violenta repressione delle rivolte in Libia e la grande amicizia del presidente del Consiglio italiano col dittatore libico Gheddafi ha fatto sì che in questi giorni centrodestra e centrosinistra si accusassero molto e reciprocamente di avere stretto rapporti eccessivamente vicini con il regime o di ipocrisia nel prenderne adesso le distanze. Le puntate di Ballarò e di Annozero che si sono occupate della questione sono diventate una specie di rissa dell’asilo: eri più amico tu, no eri più amico tu, guardate queste foto, guardate qui invece che sorrisi.

Per quanto nei rapporti bilaterali tra due governi lo stile conti molto, e lo stile degli incontri Berlusconi-Gheddafi non è paragonabile a nessun altro rapporto bilaterale intrattenuto dall’Italia negli ultimi anni, esiste un parametro più concreto che bisognerebbe analizzare e valutare per discutere dei rapporti tra Italia e Libia.

È il cosiddetto Trattato di Bengasi, cioè il “trattato di amicizia e cooperazione” tra Italia e Libia sottoscritto da Berlusconi e Gheddafi il 30 agosto del 2008, ratificato dall’Italia il 6 febbraio del 2009. Ieri il ministro La Russa ha detto che il trattato è “di fatto sospeso” ma anche questa affermazione è poco chiara: il Trattato, infatti, può essere modificato solo “previo accordo delle Parti”.

Un po’ di storia, prima

In poche righe, giusto per capire di cosa parliamo. Nel 1911, dopo una breve guerra contro l’impero ottomano, l’Italia prende il controllo della Tripolitania e della Cirenaica. Nel 1934 Tripolitania e Cirenaica sono unite e vengono chiamate Libia. Durante quegli anni, decine di migliaia di italiani vanno a vivere in Libia, aprono fabbriche e imprese, mettono radici. L’Italia perde il controllo del paese nel 1943 e vi rinuncia ufficialmente nel 1947: la Libia viene amministrata provvisoriamente dalla Gran Bretagna e dalla Francia, e conquista l’indipendenza nel 1951.
La Libia diventa una monarchia, retta da re Idris, ma nel 1969 un golpe militare condotto da Muammar Gheddafi prende il controllo del paese.
Tra le prime cose che fa, il regime nazionalizza i possedimenti italiani in Libia, confisca ogni bene ai 35 mila cittadini italo-libici – 400 miliardi di lire, al cambio attuale sarebbero tre miliardi di euro – e infine li espelle.
La retorica anti-italiana è stata considerata un elemento cruciale usato da Gheddafi per aumentare la sua popolarità. Dal 1970 viene indetto il Giorno della vendetta, da celebrare ogni 7 ottobre, in ricordo della ritorsione antiitaliana.
Il Giorno della vendetta smette di essere celebrato nel 2008, a seguito della firma del trattato di Bengasi.

I precedenti al Trattato

Negli anni il regime di Gheddafi ha avanzato numerose richieste e minacce verso l’Italia.
Un risarcimento in denaro per danni provocati dalla colonizzazione. La costruzione di ospedali e infrastrutture. Lo sminamento di alcune zone in cui furono combattute delle guerre.
Nessuno stato europeo ha mai pagato dei soldi per i danni derivati dal processo coloniale, ma l’Italia non ha mai del tutto chiuso la porta alle richieste di Gheddafi: un po’ per la minaccia esercitata da Gheddafi sul fronte geopolitico e il suo sostegno al terrorismo internazionale, un po’ per l’importanza delle operazioni di estrazione del petrolio condotte dall’ENI in Libia e un po’, dagli anni Ottanta in poi, per l’influenza potenziale del governo libico nell’ostacolare i flussi migratori diretti dal Nordafrica verso l’Italia.
La prima bozza di accordo tra Italia e Libia è stata siglata nel 1998, durante il primo governo Prodi: è il cosiddetto Comunicato Congiunto.
L’accordo prevede una serie di impegni per il governo italiano e la realizzazione di alcuni progetti in Libia da parte di una società a capitale misto.
Gheddafi però vuole di più, l’accordo non viene ratificato dal Parlamento e si arriva alla conclusione che per placare le richieste libiche serva un “grande gesto”, un atto simbolico che eviti nuove minacce e chiuda la questione una volta per tutte.

Il Trattato di Bengasi

Il contenzioso si chiude una volta per tutte con il Trattato di Bengasi, siglato da Italia e Libia nel 2008 a Roma.
È suddiviso in tre parti.
La prima, quella sui principi generali, stabilisce alcune cose piuttosto importanti: per esempio l’impegno per Italia e Libia a “non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite”, l’impegno ad astenersi “da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato”.
In una situazione delicata come quella di questi giorni, queste clausole possono aver condizionato l’atteggiamento del governo italiano (che però ora considera “sospeso” il trattato). Anche perché, dall’altro lato, la carta della NATO impegna l’Italia a schierarsi contro la Libia se questa dovesse attaccare un’altro paese del Patto Atlantico.
L’accordo impegna poi Italia e Libia ad agire “conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”.

La chiusura dei contenziosi

La seconda parte del trattato contiene il “grande gesto volto a mettere a tacere una volta per tutte le richieste di Gheddafi.
L’Italia si impegna a versare alla Libia cinque miliardi di dollari in vent’anni, 250 milioni di dollari all’anno, per realizzare progetti e infrastrutture.
La Libia si impegna a garantire ad aziende italiane la realizzazione di altre infrastrutture, e abroga “tutti i provvedimenti e le norme regolamentari che imponevano vincoli o limiti alle sole imprese italiane”.
Poi ci sono alcune iniziative speciali: la costruzione in Libia di duecento unità abitative, a spese dell’Italia; l’assegnazione di borse di studio universitarie per cento studenti libici, a carico dell’Italia; un programma di cure, presso istituti specializzati italiani, a favore di alcune vittime in Libia dello scoppio di mine; il ripristino del pagamento delle pensioni ai titolari libici e ai loro eredi che, sulla base della vigente nominativa italiana, ne abbiano diritto; la restituzione alla Libia di alcuni reperti archeologici trasferiti in Italia durante il colonialismo.

Cosa fa la Libia

Dal canto suo, la Libia concede “senza limitazioni o restrizioni di sorta ai cittadini italiani espulsi nel passato dalla Libia i visti di ingresso”.
Inoltre, le parti si impegnano – ma non specificano come – a risolvere il problema dei crediti vantati dalle aziende italiane nei confronti di amministrazioni ed enti libici, risalenti agli espropri compiuti da Gheddafi nel 1970 e soprattutto all’insolvenza libica nei confronti di aziende italiane tra gli anni Ottanta e il 2000.

La lotta all’immigrazione

La terza e ultima parte del trattato è piena di generiche buone intenzioni, valorizzazione dei legami storici, impegni a visite reciproche, cooperazione in ambito culturale, scientifico, energetico, economico e industriale. Poi c’è un altro tema che sta a cuore all’Italia e di fatto chiude l’accordo.
La collaborazione nel campo della lotta al terrorismo e dell’immigrazione clandestina. Viene messo in campo un sistema di controllo delle frontiere terrestri della Libia, “da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche” e i cui costi saranno sostenuti al 50 per cento dal governo italiano. L’Italia e la Libia si impegnano poi a chiedere all’Unione Europea di farsi carico del restante 50 per cento.


...pensiero al vento...
Il Trattato è stato ratificato dal Parlamento italiano il 6 febbraio 2009.
Hanno votato a favore il PdL, la Lega e il PD, anche se tra le file del PD votarono contro i deputati radicali e alcuni altri “dissidenti”, tra cui Andrea Sarubbi. L’IdV e l’UdC votarono contro la ratifica del Trattato di Bengasi.

domenica 27 febbraio 2011

...e dopo Silvio?...

Molti si chiedono: cosa succederà dopo Silvio?

Niente. Non succederà assolutamente niente.

Quando guardate quel vecchio signore che sembra una caricatura della banda degli onesti, il capolavoro di Totò, in realtà state guardando la punta dell’iceberg di un sistema sommerso che permea tutto quanto, da palazzo Grazioli all’azienda dove lavoriamo, passando per i direttori di banca, gli uffici degli avvocati, i cartelloni pubblicitari, i funzionari di borsa, i primari degli ospedali, le catene di supermercati, i trasporti pubblici e i vigili urbani, per arrivare, dopo un lungo giro tortuoso che collega tutti i puntini numerati, all’industria dei contenuti televisivi.

Credete che il conflitto di interessi si risolverebbe, se ReSilvio dovesse cedere il potere formale a qualcun altro? O magari se dovesse abbandonare il suo vetusto podio?

Nessuno è così ingenuo da pensarlo davvero.

Potete mettere a Palazzo Chigi il cittadino animato dalle più lodevoli intenzioni, ma il sistema di potere economico, il serpente tentacolare che divora qualsiasi topolino osi fare capolino fuori dalla tana, continuerebbe a manovrare ogni singola leva del potere reale di questo paese.

Indisturbato. E sapete perchè?

Perché un politico non è altro che l’espressione di un sistema di potere preesistente, mentre non si è mai visto il contrario: nessun politico è in grado di creare o disfare un sistema tanto pervasivo e colloso come quello, commisto al malaffare, che scrive ogni giorno la vera costituzione del nostro paese, con le sue regole, i suoi tribunali, i suoi ministri e il suo sistema di appalti parassiti.

In altre parole, la politica si può vedere come la copertura, l’attività regolare che maschera i traffici illeciti di faccendieri ricchissimi e senza scrupoli, i veri proprietari del paese, coloro che decidono cosa e come deve essere fatto.

Facciamo un esempio banale, facile facile… Il conflitto di interessi.

Già da molto tempo prima che ReSilvio scendesse in politica, Mediaset era asservita ai desideri di un politico, Bettino Craxi, che in cambio di un sistema di finanziamenti illeciti – ma evidentemete anche di supporto a livello di manipolazione delle informazioni – permetteva a Silvio di continuare a costruire il suo impero multimediale.

In Parlamento non c’era direttamente il proprietario dell”industria televisiva privata, ma c’era un suo rappresentante diretto, a lui legato a doppio filo. In teoria il Parlamento poteva decidere di staccare la spina alle televisioni di Berlusconi in qualsiasi momento, essendo illegali, ma il potere economico dettò l’agenda politica e furono emanati addirittura tre Decreti Legge (quindi si ritenne che la questione avesse nientemeno che i requisiti della necessità e dell’urgenza).

Il serpente tentacolare era più forte dei piccoli e deboli uomini che componevano il Governo Craxi. La P2 era già stata individuata e apparentemente sciolta, ma come vediamo anche oggi il suo sitema di potere, evidentemente vincente, continua ad essere riproposto continuamente. Il risultato è quel che sappiamo.

E oggi?

Si dice che ReSilvio, in quanto proprietario di Mediaset e in quanto capo del Governo, disponga di 6 canali televisivi.

Ma siamo proprio sicuri che questo dipenda dalla sua carica pubblica? Siamo sicuri che se andasse all’opposizione il conflitto di interessi verrebbe finalmente risolto?

In nostro aiuto può venire la vicenda Saccà.
Ricordate? Berlusconi che chiama il direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà, e gli chiede di piazzare Evelina Manna in uno sceneggiato, passando avanti a chi aveva affrontato regolari provini. Il direttore gli si rivolge ossequioso come un servo indiano e non ha remore a paragonarlo addirittura al Papa. ReSilvio dice che gli serve per avere la maggioranza al Senato. Ecco, la parola chiave è maggioranza, perchè significa che ReSilvio la maggioranza non l’aveva, non avendo vinto le elezioni ed essendo intento infatti a rovesciare il Governo Prodi.

Berlusconi era all’opposizione. Teoricamente non avrebbe dovuto avere nessuna influenza sulle reti Rai. Invece, il serpente tentacolare continua a rivolgersi a lui come al Papa, e ad asservirsi come se il potere politico formale fosse una mera facciata, mentre le gerarchie funzionali reali fossero altre, e continuassero ad agire indisturbate nell’ombra. All’ombra di elezioni regolarmente svolte.

Si risolse, in quel caso, il conflitto di interessi, con il rovesciamento dei rapporti tra maggioranza e opposizione?

Manco per sogno.

E il futuro che si prospetta è se possibile anche peggiore: è di questi giorni l’approvazione del Decreto Milleproroghe, il quale contiene una normativa che consente a chi è proprietario di reti televisive nazionali di acquisire anche grossi quotidiani, come la Repubblica e il Corriere. Quindi, la scalata finale e definitiva, di stampo piduistico, al mondo dell’informazione si avvia a concludersi secondo le più rosee delle prospettive paventate dai suoi fondatori, tra cui Licio Gelli e il suo discepolo con tessera 1816: Silvio Berlusconi.

...pensiero al vento...
Dunque non possono essere una vittoria o una sconfitta elettorale a determinare una svolta nella gestione affaristica e privatizzata del paese.

E’ necessario invece rivoluzionare completamente la classe dirigente che infesta le sedi isituzionali come una colonia di batteri incrosta le pareti di un WC.

Bisogna eleggere persone completamente discinte dal serpente tentacolare, del quale viceversa cadrebbero preda non appena poste di fronte alla responsabilità di governo. Servono cittadini.

Serve l’impegno della cosiddetta società civile.

Servite voi, noi, tutti.

mercoledì 23 febbraio 2011

...affissioni selvagge condonate...

All'interno del disegno di legge Milleproroghe, approvato dal Senato, è stata inserita una sanatoria per i manifesti che i partiti politici hanno affisso illegalmente dal febbraio 2010, in particolare in occasione delle ultime elezioni regionali.

Con soli mille euro per provincia verranno condonate le decine di migliaia di sanzioni che i Comuni hanno comminato, con evidente danno arrecato alle casse comunali che avevano messo in bilancio il ricavato delle multe e che, in ogni caso, hanno già speso milioni di euro per gli interventi di defissione.

La sanatoria contenuta nel Milleproroghe è solo l'ultima di una lunga serie: dal 1996 ad oggi si ripetono interventi del Parlamento che autoassolvono proprio chi commette “violazioni ripetute e continuate” delle norme sulla propaganda politica.

Condoni analoghi a quello approvato oggi dal Senato si sono verificati nel 2001, nel 2005, nel 2008 e nel 2010.

In pratica, coloro che hanno affisso illegalmente manifesti negli spazi che spettavano ad altri e deturpato le città mettendoli selvaggiamente su muri, cassonetti, cartelli stradali, lo hanno fatto con la certezza dell'impunità. Chi, al contrario, ha scelto il rispetto della legge anziché la sua sistematica violazione si è visto sottrarre la possibilità stessa di fare propaganda.

...pensiero al vento...
Le leggi poste a garanzia della regolarità del processo elettorale e, più in generale, di informazione dell'opinione pubblica sono, dunque, sospese da almeno quindici anni.

venerdì 18 febbraio 2011

...Fabio Di Celmo...

Cuba negli anni settanta stava rischiando il collasso a causa di una epidemia che faceva ammalare gli alberi di agrumi. D’altronde era strozzata dall’embargo imposto dagli USA, e come si sa è un metodo vile e criminale perchè impoverisce e decima la popolazione. Peggio di una guerra.

Il settore dell’agricoltura era importante per poter resistere all’impoverimento e non si riusciva a capire quale fosse la causa di questa epidemia.

Ma accadde un fatto. Per puro caso, un contadino abbatté con una provvidenziale scoppiettata un piccione viaggiatore. E notò che portava legata ad una zampetta, una capsula di alluminio: conteneva della bambagia macchiata di giallo.

Grazie ad un ricercatore particolarmente sospettoso si poté sventare il piano. Si scoprì che la CIA, tramite i piccioni viaggiatori, faceva liberare nei campi un batterio molto particolare che faceva ammalare le piante.

C’è da chiedersi chissà quante volte siano state diffuse,ad opera degli Americani, epidemie del genere, di cui poi si è perso ogni controllo.

Vere e proprie armi batteriologiche per colpire un Paese considerato a loro ostile.

Preciso che qui non si tratta di difendere o meno l’operato di Fidel Castro ma quello di rendere giustizia ad un popolo che non merita di essere messo in pericolo nel nome della cosiddetta “libertà”!

Ma dalle bombe batteriologiche, se non bastano, si passano da quelle al tritolo. Anche l’Italia d’altronde non si è dimostrata immune alle stragi con l’ausilio della “mano straniera” d’oltre oceano.

Siamo nell’anno 1997 e Cuba, sempre affranta dall’embargo, riusciva a reggersi grazie soprattutto agli ingenti investimenti nel settore turistico. D’altronde non c’era nemmeno più l’Unione Sovietica che sottobanco allacciava relazioni commerciali.

E fu l’anno nella quale anche Cuba dovette conoscere la cosiddetta “Strategia della Tensione”. Anche se ben diversa la finalità di questa strategia, abbiamo sempre elementi che non mancano mai.

Gli ingredienti sono identici: infiltrati, bombe, CIA e servizi interni deviati e sigle di terroristi nostrani.

Iniziarono una raffica di attentati nei maggiori alberghi dell’Avana. 

La finalità era evidente: portare al collasso l’economia Cubana, quindi creando insofferenza da parte della popolazione in maniera tale da rovesciare il governo di Fidel Castro.

In quel periodo c’era un giovane imprenditore italiano di nome Fabio Di Celmo. Giunse a Cuba, assieme al padre nel 1993, per un attività di forniture alberghiere.

E da quel giorno non abbandonò mai l’isola.

Il quattro settembre del 1997 era nel bar dell’Hotel Copacabana per bere un caffè quando, all’improvviso, scoppiò una bomba che distrusse tutto e il ragazzo morì dilaniato dal tritolo.

Grazie all’inteso lavoro dell’intellingence cubano, si scoprì che gli attentati furono ad opera di cubani esuli a Miami, ma finanziati dal governo Statunitense. I

n particolare si scoprì chi fosse l’attentatore che uccise Di Celmo: era un salvadoregno di nome Raul Cruz Lèon. Egli in seguito rivelò che era stato reclutato dal famigerato esule cubano Luis Posada Carriles.

Un uomo al servizio della Cia ove partecipò a numerose operazioni contro molti paesi dell’America Latina. Fu uno di quelli che addestravano gruppi paramilitari ad uccidere e torturare la gente che appoggiava governi o gruppi di sinistra. Ma è anche poco conosciuto per aver fatto parte attiva nella costruzione della famigerata struttura Gladio.

Carriles attualmente vive ben protetto negli USA e non sta scontando nulla e per l’uccisione dell’italiano Di Celmo non fu estradato. L’Italia vergognosamente nemmeno la richiede.

Negli USA invece sono a marcire in galera, e tra l’altro dentro le famigerate botole che sono una vera e propria tortura quotidiana, cinque cubani dei servizi segreti castristi. Ingiustamente detenuti avendo la solo colpa di scoprire da dove provenissero i terroristi.

...pensiero al vento...
Questo articolo l’ho scritto per non dimenticare delle bombe batteriologiche , delle bombe vere e proprie e della morte di questo ragazzo Italiano troppo presto dimenticato.
Ogni anno a Cuba, per non dimenticare, si svolge un torneo di calcio intitolato a Fabio Di Celmo e viene inaugurato dal padre Giustino che ancora reclama una Giustizia che probabilmente gli USA non la concederanno mai.

ALCUNE MIE FOTO ... dal Vedado (2010) ... ristorante italiano dedicato a Fabio ...

martedì 15 febbraio 2011

...concussore SENZA concusso?...

La concussione  (che significa indurre, costringere) è il più grave reato contro la pubblica amministrazione

Può essere commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio.

Chi commette il reato è una persona “pubblica” che costringe un altro (privato o pubblico che sia) a compiere una determinata azione, non legale, abusando della propria posizione di comando.

Il concussore, colui che  “dà un ordine” e’ sempre un pubblico ufficiale che, in forza della sua carica pubblica,  può costringere una persona a fare una determinata cosa, lasciandolo tuttavia libero di aderire o meno al male minacciato; oppure può indurre la vittima mediante sopraffazione comportamentale o violenze psichiche allusive (uso di metafore, silenzi, a fare una determinata azione e con il suo comportamento può influire sul processo motivazionale della persona e convincerlo che quello che dovrà fare è la sola cosa giusta da fare in quel contesto.

Questa seconda ipotesi: l’induzione, sembra la più attinente alla questione (Berlusconi-Ruby), perché appare evidente che l’ufficiale o il poliziotto di turno di fronte alle varie telefonate (ne risultano più di una) del Presidente del Consiglio in considerazione dell’alta carica che ricopre, ha influito sul processo motivazionale dell’ufficiale o del poliziotto che da deciso di consegnare la ragazza minorenne alla Minetti e a disobbedire agli ordini del magistrato suo superiore.

L’induzione è derivata anche da fatto che la persona minorenne era stata presentata dal Presidente del Consiglio come nipote di Mubarak, personaggio politico importante ed è del tutto evidente lo stato di soggezione dell’ufficiale o del poliziotto di turno.

E’ un reato che rientra tra i rapporti di cooperazione con la vittima.

In questo caso chi è la vittima?

Non è la Ruby, che è solo l’oggetto della questione, ma è quell’ufficiale pubblico che invece di dare retta al magistrato che gli imponeva di cercare una comunità in cui mettere la Ruby ed in caso negativo di trattenerla fino al mattino successivo, ha ubbidito  e dato retta al Presidente del Consiglio, il quale nella sua funzione pubblica  ha indotto l’ufficiale o il poliziotto di turno in questura a consegnare la minorenne in mano alla Minetti e a disobbedire agli ordini del magistrato.

I difensori del Presidente del Consiglio sostengono che in questo caso, c’è il concussore, ma per esserci un reato vero ci vuole anche il concusso. 

Insomma perché il reato sia reato occorre essere in due. Più o meno come nel caso Mills quando si sosteneva che c’era il corrotto ma non il corruttore.

Sostanzialmente è come dire “c’è stato un attentato”, ma non c’è l’attentatore. La bomba se n’è andata in giro da sola e al momento giusto è scoppiata. Fatalità.

...pensiero al vento...
[ NOTA - Le imprecisioni che si possono evidenziare in quanto detto sopra, sono dovute al semplice fatto che, anziché trascrivere le parole complicate dei codici, si è preferito un linguaggio semplice che, per forza di cose risulterà impreciso. Ma la sostanza resta. L’importante è comprendere]

giovedì 10 febbraio 2011

...solo B. ci può salvare?...

ANALISI di Jacopo Fo (da IL FATTO QUOTIDIANO) ...

Gli ultimi sondaggi d’opinione ci dicono che solo 1 italiano su 10 è convinto che le cene a casa di B. siano state una roba da educande.


Ma 3 italiani e mezzo su 10 sono convinti che anche se ha fatto il porcello è meglio di tutti gli altri e deve continuare a governare.


Ho avuto occasione di sentire il parere di alcuni di questi sostenitori a oltranza del Ciclope di Arcore…


Un’anziana signora mi guarda negli occhi con uno sguardo di commiserazione e mi dice: “Gli uomini sono tutti uguali. Sono dei maiali. Tutti! Io sono vecchia, li conosco bene! Cosa crede che facciano gli altri?


E c’è quello con lo sguardo vispo che asserisce: “Almeno gli piacciono le donne, quelli di sinistra vanno a trans!


C’è poi il ragazzo simpatico che mi colpisce di sorpresa con un: “Ma insomma: è scivolato sulla buccia di banana delle ragazze, ma dimmi una sola cosa sbagliata che ha fatto Berlusconi” (devo ammettere che di fronte a una simile affermazione ho subìto un minuto di vuoto mentale misto a panico, non mi veniva in mente niente da dire, solo vertigine e sgomento).


C’è il virilista: “Se ero al suo posto altro che Bunga Bunga gli davo!


E c’è il possibilista: “Può capitare a tutti di finire con una che non ti dice che ha 17 anni…

Ma io sono convinto che ci sia un altro motivo per continuare a sostenere B. che difficilmente verrà tirato fuori in una discussione.

Il problema è che siamo salvi grazie a B. e forse questo la sinistra dovrebbe iniziare a dirlo.


B. è un male necessario.


Sento pochi insorgere sul fatto che in Italia il falso in bilancio viene punito con una multa. E anche l’insider trading, l’uso di notizie riservate per speculare in Borsa.

Sono reati che nel resto del mondo costano anni di carcere duro.

 E anche il fatto che in Italia la giustizia non funzioni fa parte del gioco.


Sarebbe ora di dirlo che l’Italia assolve un compito simile a quello dei paradisi fiscali.

Noi siamo un paradiso illegale. Abbiamo cose ghiotte per i riciclatori di denaro come lo scudo fiscale…


Da noi le regole sono lasche e spesso teoriche, opinabili, cavillabili, condonabili.


Ed è così da sempre, l’Italia è stata il ponte dei commerci impossibili: tra paesi arabi e Israele, tra Usa e Urss, tra Sud Africa e Europa…


Da noi si trova sempre una soluzione… Siamo creativi.


Il caso di B. è la prova lampante di quanto sostengo: egli dimostra ogni giorno che la legge italiana è scritta apposta per essere raggirata dai potenti, dai furbi e dagli amici degli amici.


B. ha ragione quando dice che la nostra situazione economica è migliore di quel che sembra perché il calcolo del rapporto tra debito dello stato e PIL (il valore di quanto si produce in un anno) è falsato: non si calcola l’economia sommersa (tutto quello che viene pagato in nero).


Se poi ci aggiungiamo il valore dell’economia della mafie e della corruzione il nostro Pil schizza alle stelle. Per questo la Grecia crolla e noi no.

E oltretutto B. con la sua politica Bunga Bunga Mubarak, ci porta a casa tanti bei contratti firmati con i peggiori dittatori del mondo, da noi si sentono amati, coccolati… Parliamo di contratti miliardari


Se la sinistra vuol veramente trasformare l’Italia in un paese legale deve dire anche come farà a far galleggiare la nostra economia senza il salvagente della finanza grigia e nera.

Ci vogliono idee, ci vuole un programma vero, un modello nuovo di Sistema Italia.

Solo se c’è un progetto credibile, che crei entusiasmo e speranza, si può pensare che gli italiani decidano di smettere di essere lo Stato della legalità condizionata.

Ma niente chiacchiere: voglio vedere il piano finanziario.

,,,pensiero al vento...
GRANDE JACOPO ... momenti di lucidità politica ... INUSUALE !!!

Commento finale di Jacopo:
... comincio con questo articolo una campagna di pressione sulla sinistra: qualcuno mi dice qual'è il progetto per tirar fuori l'Italia dalla crisi? Ma no discorsi vaghi, voglio proposte dettagliate, con gli articoli di legge che si vogliono proporre... Sennò i programmi sono solo prese per il culo

mercoledì 9 febbraio 2011

...in attesa di quella vera...

Da LA REPUBBLICA ...

La procura di Milano: stralciata la posizione di Berlusconi, chiederemo giudizio per concussione e prostituzione minorile. Sara Tommasi sarà sentita a Napoli. Contatti con un ministro. E Oggi parla di scatti e riprese di Noemi Letizia minorenne a Palazzo Grazioli e Villa Certosa. Processo Mills riprende l'11 marzo

Da IL FATTO QUOTIDIANO ...

La procura di Milano ha sciolto le riserve: la richiesta di processo per Silvio Berlusconi che verrà avanzata oggi riguarderà entrambi i reati contestati al premier, concussione e prostituzione minorile (leggi l'articolo).
Il presidente del Consiglio corre ai ripari. Ieri pomeriggio ha incontrato i suoi avvocati, Niccolò Ghedini e Piero Longo, e i vertici del suo partito.
L'imputato per concorso esterno in associazione camorristica Nicola Cosentino, il coordinatore degli azzurri e indagato per la nuova P2 Denis Verdini e il ministro della Giustizia Alfano.
A sorpresa a palazzo Grazioli si è presentata con carta e codici sotto al braccio pure l'alto dirigente del ministero della Giustizia Augusta Iannini, ex gip del tribunale di Roma e moglie del conduttore di Porta a Porta (leggi l'articolo).
Ma la situazione giudiziaria resta comunque complicata.
Da Napoli emerge come molte delle ragazze ospiti ad Arcore fossero legate alla criminalità organizzata (leggi l'articolo), mentre il settimanale Oggi spiega di aver trattato fotografie e video che ritraggono Noemi Letizia nelle residenze del presidente del Consiglio quando era ancora minorenne (leggi l'articolo)


Il cerchio si stringe? ... PARE PROPRIO DI SI ...

...pensiero al vento...
IN ATTESA di quella vera ...

RIVEDIAMO la scena finale de IL CAIMANO ...

martedì 8 febbraio 2011

...bambini "rivoluzionari"...


A un bambino bisogna insegnare a essere un rivoluzionario, 
nel senso di cercare sempre il bene maggiore 
da donare agli altri per migliorarne l’esistenza. 
Lo scopo della vita non può essere accumulare denaro, 
ma creare rapporti d’amore.

Queste parole sono di Giovanni Bollea, padre della neuropsichiatria italiana, morto pochi giorni fa all’età di 98 anni.

E’ questa la miglior risposta alle polemiche sollevate da chi ha visto di cattivo gusto l’intervento del giovane Giovanni Tarizzo, di tredici anni, alla manifestazione di sabato al Palasharp.

Le sue domande: 

Perché il Presidente del Consiglio si fa i comodi suoi, mentre l’Italia è piena di problemi?“, 

Perchè lui pensa a fare solo festini ad Arcore, mentre c’è gente povera e gente come lui che nuota nell’oro?” 

sono la dimostrazione non tanto che Giovanni sia un rivoluzionario, quanto che in potenza noi tutti, quando siamo bambini, siamo dei rivoluzionari.

Questa particolare predisposizione delle anime pure, immacolate, lontane dalla cupidigia, dall’avarizia, dall’avidità, è presente in tutti quei bambini che vedono le ingiustizie e si domandano il perché: e anche quando gli viene insegnato che c’è un Dio dell’amore che regna i destini di tutti, si domandano ancora di più la ragione per cui questo Dio dell’amore lasci imperare odio, miseria e ingiustizia (riflessioni filosofiche semplici, ma efficaci a quell’età).

Anche io ero così, mi ricordo. E non mi fu insegnato nè ad essere rivoluzionario nè a non esserlo: semplicemente sono stato lasciato libero di scegliere. E ho scelto di stare dalla parte dei più deboli, contro le ingiustizie

Altri che conoscevo e che la pensavano come me, ora hanno una visione completamente diversa.

...pensiero al vento...
La vita è fatta di scelte. E visto che il libero arbitrio è una delle poche cose che non ci possono sottrarre, penso che di fronte ad un bivio la volontà di andare a destra o a sinistra non sia da imputare a Dio o a qualcun’altro, quanto a noi stessi. 
Per quel che mi riguarda, al mio bivio, quando avevo 14 anni e cominciavo a capire in che direzione andava il mondo (a destra), non ho avuto dubbi: sono andato a sinistra.

lunedì 7 febbraio 2011

...i chiodi e lo steccato...

C'era una volta un ragazzo con un brutto carattere . . .

Suo padre gli diede un sacchetto di chiodi e gli disse di piantarne uno nello steccato del giardino ogni volta che avesse perso la pazienza e litigato con qualcuno.

Il primo giorno il ragazzo piantò 37 chiodi nello steccato.
 

Nelle settimane seguenti, imparò a controllarsi e il numero di chiodi piantati nello steccato diminuì giorno per giorno: aveva scoperto che era più facile controllarsi che piantare i chiodi.
 

Finalmente arrivò un giorno in cui il ragazzo non piantò alcun chiodo nello steccato. Allora andò dal padre e gli affermò che per quel giorno non aveva piantato alcun chiodo.
 

Il padre allora gli disse di levare un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non aveva perso la pazienza e litigato con qualcuno.
 

I giorni passarono e finalmente il ragazzo poté dire al padre che aveva levato tutti i chiodi dallo steccato.
 

Il padre portò il ragazzo davanti allo steccato e gli disse: 

"Figlio mio, ti sei comportato bene ma guarda quanti buchi ci sono nello steccato
Lo steccato non sarà più come prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici qualcosa di brutto, gli lasci una ferita come queste. Puoi piantare un coltello in un uomo, e poi levarlo, ma rimarrà sempre una ferita. Non importa quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà."

...pensiero al vento...
bella storia ....

giovedì 3 febbraio 2011

...Garage Olimpo...

Qualche nota ... sul film di stasera ... al cineclub del Mercoledi sera .. GARAGE OLIMPO ...

LA TRAMA:
Maria è una giovane attivista militante in una organizzazione clandestina che si oppone alla dittatura militare al governo in Argentina. Vive in città in una grande casa, insieme alla madre, che ha affittato alcune stanze dell'appartamento, e a Felix, un ragazzo timido innamorato di lei.

Una mattina irrompono in casa poliziotti e militari in borghese e arrestano Maria che viene rinchiusa in un centro clandestino chiamato Garage Olimpo. Per far parlare Maria, il capo del centro affida il compito ad uno dei suoi uomini più fidati: Felix, l'affittuario. Maria scopre che Felix è il suo torturatore ma anche la sua unica speranza di salvezza.

Durante la reclusione, Maria bacia Felix, poi prova a scappare ma è ripresa. Dopo la morte del comandante ad opera di un attentato, al Garage Olimpo giunge un nuovo capo che fa salire su un aereo anche Maria, assieme agli altri sequestrati, che verranno eliminati in forma anonima, divenendo desaparecidos.

Dai titoli di coda del film:

"Tra il 1976 e il 1982, durante la dittatura militare argentina, migliaia di cittadini sono stati gettati vivi in mare. oggi i responsabili di questi crimini, camminano liberi per le strade."



...pensiero al vento...
film duro ... ma da vedere ...

A ME ha fatto pensare a COME si possa ridurre il genere umano ...

POSSO cioè (con difficoltà) capire pure ad un'uccisione avvenuta a freddo in un'azione di guerra o in una rapina ... MA il ruolo e le cattiverie di un caceriere ... perpetuati per settimane e settimane ... E' PROPRIO difficile da capire ... 

Il regista stesso, Marco Bechis, all'epoca ventenne, era stato arrestato, torturato e, grazie al passaporto italiano, espulso dall'Argentina. Nel 1981, col sostegno di Amnesty International, aveva organizzato a Milano una mostra sui desaparecidos.



Ebbe l'opportunità di girare il film solo molti anni dopo gli avvenimenti, dopo aver contribuito anche alla sceneggiatura di un film sugli orrori della guerra in Bosnia (Il carniere di Maurizio Zaccaro).


« ...Ho capito che (l'Argentina) bisognava raccontarla come se quella tragedia avvenisse oggi da qualche parte nel mondo. Senza ricostruire quegli anni, senza storicizzare i fatti... »