martedì 15 novembre 2011

...ancora 89 minuti da giocare...

La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato far credere al mondo che lui non esiste.

E come niente… sparisce.

Se è vero che in quel lontano 26 gennaio 1994 un noto imprenditore decise di “scendere in campo” dando così inizio a quel deterioramento della politica di cui siamo tutti testimoni, è anche vero che in questi 17 anni le opposizioni hanno trasformato gli italiani da cittadini a tifosi.


Piuttosto che responsabilizzare il popolo e proporre un valido programma di cambiamento, le opposizioni si sono troppo spesso coccolate nell’antiberlusconismo e nella passiva difesa di una Carta Costituzionale ripetutamente aggredita dal Cavaliere. Il tutto senza esporre contenuti, senza esporsi.

Individuato il diavolo, era sufficiente urlargli contro e aspettare che i cittadini più sensibili intervenissero coi loro indici accusatori. Dall’altra parte, altri cittadini (quelli succubi dell’ottimismo e appisolati nel sogno berlusconiano) venivano sfruttati allo stesso modo per difendere quell’uomo che diceva di essere perseguitato dalla magistratura comunista.

In breve tempo, la politica si è trasformata da “arte del governare” ad attività di intrattenimento al pari del calcio, orientata al risultato piuttosto che ai contenuti. Così, mentre una parte negava l’esistenza dei problemi per ottenere il consenso, l’altra li portava a galla semplicemente per lo stesso motivo. Nessuna delle due parti, però, li analizzava né si preoccupava di cercare soluzioni plausibili, di avanzare proposte.

Piuttosto che strumento per disegnare il futuro del Paese, la politica era diventata serbatoio di spunti per il puntiglio, la provocazione, il dispetto, la rivalsa, la ripicca, la rappresaglia. Entusiasmo e frustrazioni avevano preso il posto del pensiero. Gli slogan, le parole forti, gli epiteti quello della realtà. Non era importante informare i cittadini, ma girarli a favore o contro qualcosa.

Ne è risultato un popolo senza coscienza politica, pronto a festeggiare davanti al Quirinale e a Palazzo Grazioli le dimissioni di un uomo che, nonostante l’età avanzata, sa ancora benissimo fare i calcoli; un uomo che ha certamente stabilito i termini delle sue dimissioni e che, oltre se stesso, rappresenta un’élite tutt’altro che disposta a mettersi in ombra; un uomo, infine, che è stato rovinato dal proprio desiderio di onnipotenza e non certo – come ha raccontato Bersani – a causa delle pressioni del Pd.

Anche se i cori e il lancio di monetine rievocano momenti passati, il presente che stiamo vivendo non ha niente a che fare con essi. Rispetto al 1993 manca ogni prospettiva di cambiamento: il nostro Paese è vicino al baratro economico; alle porte si affaccia un governo “tecnico” che dovrà far stringere ancora una volta la cinghia agli italiani e non potrà scontentare nessun partito; tanto meno quello di Berlusconi.

...pensiero al vento...
E allora cosa festeggiavano tutti quegli spumanti, quelle orchestrine, quei trenini? 
Semplicemente la caduta di un simbolo, ma non certo del suo significato. Il delirio di quelle piazze spiega l’ingenuità del nostro popolo, pronto a esultare per un gol segnato al primo minuto senza ricordare che ce ne sono ancora 89 da giocare. Stiamo a vedere. Senza illusioni.

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