giovedì 19 luglio 2012

Manfredi Borsellino ... grazie caro papà ...


19 luglio 1992 - 19 luglio 2012 ...

Manfredi Borsellino (figlio di Paolo Borsellino) "Grazie caro papà"

(trovate 5 minuti del vostro prezioso tempo per leggere questa lettera scritta dal figlio di Paolo Borsellino..)

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.
 Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.
 Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo.
In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente del Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.

Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare. Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii. Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di …, desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere. D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di … o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.



Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

Il 19 luglio a Como alle 21: In memoria di......

...pensiero al vento... 
rispetto ... ricordo ... esempio da imitare !!!



mercoledì 18 luglio 2012

Il Re si rifà il trucco…

Tratto da Giornalettismo.com ...

Non avrei mai creduto di poter scrivere una qualsiasi parola in favore di Nicole Minetti.

Ma la vita spesso ci sorprende e ci smentisce, per cui eccomi qua, a fare il tifo perché l’impresentabile, inutile, imbarazzante, popputissima strapagata consigliere regionale della Lombardia non si dimetta.

O meglio, non si dimetta perché glielo impone Silvio Berlusconi, nell’ennesimo ridicolo tentativo di rifarsi una verginità pubblica e ripresentarsi alla guida di quel che sarà dell’attuale PdL.

Il consigliere avrebbe centinaia di motivi per dimettersi, intendiamoci, e non da oggi.

La sua repentina e miracolosa ascesa politica un giorno sarà portata ad esempio nei libri di scuola delle follie di un imperatore in pieno delirio di onnipotenza, come adesso il cavallo di Caligola.

Quindi spero che sia chiaro che per me la Minetti, lì dov’è adesso, non ci dovrebbe stare comunque, e da tanto: la sua elezione in consiglio regionale, senza qualifiche, senza titoli, senza esperienza, nel modo arrogante che poi si è saputo, è stata un’offesa alla cittadinanza che le paga un lauto e sinora ingiustificato stipendio, ed a tutte le persone che fanno politica attiva in modo pulito, di qualsiasi schieramento si parli.

Ma che adesso lei debba essere il capro espiatorio del fallimento politico e morale di Berlusconi, mi indispone ancora di più.

Vuol fare pulizia, il patetico caudillo. E dopo averla messo in giro lui, certa mondezza, ora pensa di risolvere tutto nascondendola sotto il tappeto.

E no, caro Silvio. Troppo comodo, troppo facile.

Se questo è il motivo, allora la Minetti deve rimanere lì fino a scadenza del mandato, ad imperitura e futura memoria dei tuoi metodi di gestione della cosa pubblica e dei favori personali. A ricordare a chi sta pensando di votarti di nuovo che se lo fanno ci saranno in futuro altre Minetti in consiglio regionale, e altre omologhe in Parlamento.

A mostrare al mondo qual è la tua idea di politica attiva, e quale la tua considerazione per la donna, in politica e nella vita civile. A paventare il ritorno delle cene eleganti, delle telefonate nel cuore della notte in Questura per salvare minorenni furbe e spregiudicate, delle barzellette imbarazzanti, degli atteggiamenti arroganti, della superficialità ed improvvisazione al potere. A gridare con la sua sola prosperosa presenza che gli italiani hanno la memoria corta e l’indignazione a tempo, e dimenticano tutto, ed amano farsi prendere in giro e farsi vessare dai furbacchioni di turno.

Che resti dov’è, consigliera Minetti. 

Si rifiuti di rispondere agli ordini di un uomo che adesso la usa come parafulmine degli strali politici che si stanno abbattendo su di lui, dopo avere fatto per diciassette anni il bello e cattivo tempo nel nostro Paese ed averlo ridotto ad un campo di macerie, dopo averlo svilito in ogni settore, dopo averlo portato sull’orlo della bancarotta economica e morale.

Perché se lei si dimette, e viene fuori che basta questa mossa per dare credibilità e rispettabilità ad un partito ormai allo sbando che cerca pateticamente di riproporsi peggio dei peperoni, allora vorrebbe dire che ce lo meritiamo, Berlusconi e tutto il cucuzzaro che intorno a lui prospera e ingrassa a nostre spese.

…pensiero al vento…
semplicemente perfetto …

sabato 30 giugno 2012

Poesia a Massimo Troisi ...

Una poesia di Roberto Benigni. 

A Massimo Troisi
Non so cosa teneva "dint'a capa",
intelligente, generoso, scaltro,
per lui non vale il detto che è del Papa,
morto un Troisi non se ne fa un altro.
Morto Troisi muore la segreta
arte di quella dolce tarantella,
ciò che Moravia disse del Poeta
io lo ridico per un Pulcinella.
La gioia di bagnarsi in quel diluvio
di "jamm, o' saccio, ‘naggia, oilloc, azz!"
era come parlare col Vesuvio, era come ascoltare del buon Jazz.
"Non si capisce", urlavano sicuri,
"questo Troisi se ne resti al Sud!"
Adesso lo capiscono i canguri,
gli Indiani e i miliardari di Holliwood!
Con lui ho capito tutta la bellezza
di Napoli, la gente, il suo destino,
e non m'ha mai parlato della pizza,
e non m'ha mai suonato il mandolino.
O Massimino io ti tengo in serbo
fra ciò che il mondo dona di più caro,
ha fatto più miracoli il tuo verbo
di quello dell'amato San Gennaro.


martedì 12 giugno 2012

Teofilo ... il pugile che avrebbe potuto battere Cassius Clay

Teofilo Stevenson, pugile cubano tre volte campione olimpico, è morto lunedì all'età di 60 anni, colpito da un attacco di cuore. 

IL CORDOGLIO - «Il movimento sportivo cubano è stato scosso oggi dalla scomparsa di uno dei più grandi di sempre», è stato il comunicato letto alla televisione cubana. Grazie al suo destro devastante, Stevenson ha vinto l'oro nei massimi in tre Olimpiadi consecutive, da Monaco 1972 a Mosca 1980, passando per Montreal 1976. «I Giochi olimpici di Monaco e Montreal sono i ricordi più dolci della mia vita, il momento migliore della mia carriera», aveva detto alcuni mesi fa in un'intervista diffusa dalla Ap. 





La sua fama e i suoi successi erano così grandi che molti appassionati speravano di vedere «lo scontro del secolo» con Muhammad Alì. Ma il governo di Cuba ha sempre insistito affinché Stevenson non perdesse il suo status di dilettante e Stevenson era totalmente d'accordo. Così il combattimento non ha mai avuto luogo. 


A fine carriera, Stevenson era diventato allenatore del programma di pugilato dilettantistico di Cuba e vice presidente della Federazione cubana di boxe.

...pensiero al vento...

Stevenson è stato un mito mondiale dello sport, uno dei più forti pesi massimi degli anni Settanta, di grande potenza e tecnica, considerato uno dei pochi in grado di poter affrontare ad armi pari Muhammad Alì, che come lui si era rivelato ai Giochi Olimpici.

Ma il combattimento non avvenne mai. Stevenson è sempre rimasto fedele agli ideali della rivoluzione castrista, non è mai diventato professionista ed ha rifiutato un'offerta allora straordinaria (5 milioni di dollari) di promoter che volevano farlo combattere appunto contro Muhammad Alì. 

La sua risposta all'offerta milionaria ne ha alimentato il mito: «Cosa é un milione di dollari in confronto all'amore di otto milioni di cubani?»

giovedì 7 giugno 2012

Non esiste soluzione tecnica alla politica ...


“Ogni Popolo ha il governo che si merita”. Citazione comunemente usata ma sulla quale non capita spesso di soffermarsi a pensare concependola in quanto conseguenza delle scelte fatte dagli elettori nel segreto delle urne e della loro attenzione nei confronti dell’evoluzione delle dinamiche politiche.

Ma di questi tempi i cittadini sono privati persino dell’indispensabile responsabilità di scegliere i propri rappresentanti, siano questi eletti nelle Camere o membri del Governo e nel vivo di una situazione emergenziale ci appare drammaticamente come  dall’Italia la Politica latita da un bel po’ di anni.

Il sistema politico italiano ha dimostrato di non avere interpreti adeguati e capaci di rappresentare al meglio il Paese, che invece di adoperarsi per lasciare che una nuova e competente classe politica riscatti i cittadini, continua a perseverare nel mantenimento delle posizioni acquisite, ritardando artificiosamente quell’inevitabile processo di rinnovamento che storicamente avviene in maniera naturale  o attraverso un momento di rottura.

Da quarant’anni viviamo in un sistema politico blindato, obsoleto, paragonabile all’Inghilterra del primo Costituzionalismo, quando il Re nominava a vita i membri della Camera Alta che trasmettevano per eredità il proprio mandato. La classe politica del nostro Paese ha ormai perso quell’empatia che deve legarla al Popolo per capirne e condividerne i sentimenti e le intenzioni.

Persino la retorica, ormai vacua e sterile, è stata privata degli intenti dei Sofisti, alla quale avevano attribuito un’imprescindibile funzione educativa volta a mantenere viva l’attenzione del demos.

Conseguenza dell’inadeguatezza e delle imperiture frizioni di una classe politica che si ricicla piuttosto che rinnovarsi, è la contemporanea tendenza alla tecnocrazia. I partiti attraverso i loro rappresentanti, hanno esplicitamente ammesso l’incapacità di governare il Paese, mettendolo nelle mani dei tecnici che nel tentativo di attuare politiche in grado di far inquadrare i conti al Paese, agiscono come agirebbe un ragioniere che taglia le voci di spesa di un’azienda a conduzione familiare. Il tutto nella più totale mancanza di legittimazione popolare.

I partiti provano a reagire, alcuni attingono dalla società civile per darsi un tono meno politico, altri fanno dell’antipolitica uno strumento per fare politica, altri ancora formano liste civiche lungo il territorio per coprire le sigle partitiche, verso le quali i cittadini sentono un forte senso di rifiuto.
Diverse reazioni, dunque, ad una conseguenza che nasce dall’aver privato la politica del suo significato letterale, in quanto arte di governare il Paese e la capacità di intraprendere iniziative volte al raggiungimento del benessere comune.

I tecnici, per definizione, si distinguono nella tutela e nel perseguimento di interessi particolari, piuttosto che nel raggiungimento dell’interesse generale, al quale ogni Popolo ha ragione di aspirare e così ogni governo che lo rappresenta. Non è con i tecnici, dunque, che il sistema politico uscirà dall’immobilismo e tornerà a rappresentare i cittadini, né gli slogan e la retorica fatta di promesse e di parole mai avverate saranno utili a risolvere i problemi del Paese.

È la Politica ed i suoi interpreti che sono mancati. Mancano proposte e progetti chiari per questo Paese, avanzate da una classe politica nuova, all’altezza, che vive le perplessità e le propensioni dei cittadini. Mancano coloro, come direbbe De Gasperi, che  agiscono pensando alle prossime generazioni piuttosto che alle prossime elezioni.

Siano i giovani a farsi spazio a gomiti larghi, per dare vitalità ad un Paese vecchio e trasandato. Facciano della crisi un’opportunità. Siano questi il veicolo del rinnovamento, scrollandosi dalle spalle le conseguenze di anni di malgoverno e dalle frizioni di una classe dirigente che ha fallito e non vuole mettersi in discussione.

I cittadini incitino e sostengano tutti quei giovani, e sono tanti, che partecipano al giogo ed alla vita interna dei partiti e che troppo spesso ne rimangono ai margini finché non si arrendono, che fanno la politica vera, tra la gente, nelle scuole, nelle università, nelle piazze, tra disoccupati e i lavoratori con cui condividono perplessità e paure, che non vivono di sogni e di illusioni. Preparati e dotati di consapevole realismo politico, che hanno studiato, perché la Politica occorre studiarla oltre che praticarla e sono consci del fatto che la loro forza stia nella chiara e limpida concezione della politica come missione, come servizio. Giovani che hanno le competenze, la grinta di dare un importante impulso al rinnovamento politico, sociale e culturale di questo Paese, che non fa altro che guardarsi ostinatamente indietro, precludendosi la possibilità di andare avanti.

È la politica che manca più di ogni cosa nella vita pubblica del nostro Paese, storditi negli anni dalle performance di nani da giardino, vallette, corrotti e corruttori che si esibivano in un tragicomico reality dal titolo: “Il fallimento di un Paese”. Ma sono in molti ormai ad avere cambiato canale e gli ascolti adesso non possono che calare.

...pensiero al vento...
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

martedì 22 maggio 2012

Marinaleda ... un altro mondo è possibile!


Un'utopia per la pace. E’ questo il motto di Marinaleda, la località sivigliana governata ininterrottamente dal 1979 (anno delle prime elezioni municipali della Spagna post-franchista) da Juan Manuel Sánchez Gordillo, un luogo che è diventato un punto di riferimento non solo della sinistra spagnola, ma della sinistra mondiale, tanto da meritarsi un articolo  sul prestigiosissimo New York Times. 

Oltre ad essere sindaco, Sánchez Gordillo è anche portavoce del CUT-BAI (Collettivo di unità di lavoratori- Blocco della sinistra andalusa), una delle parti che compongono Izquierda Unida,ed è deputato al Parlamento autonomista dell'Andalusia. Per comprendere quanto sia duraturo e profondo il radicamento della sinistra nella città, basta guardare i risultati elettorali del 2011: alle elezioni comunali di maggio, Izquierda Unida ha eletto nove degli undici consiglieri (gli altri due sono del PSOE, il partito socialista) e nelle elezioni generali di novembre ha raggiunto il 65,59% dei voti, la più alta percentuale di IU in Spagna.

Ma qual è il motivo di questo “orgoglio rosso”, che si riflette anche nella toponomastica, come si può vedere passeggiando tra via Ernesto Che Guevara e piazza Salvador Allende? 

Una chiave di lettura è legata alla questione dell'abitazione. Come spiegato dal sito del comune, infatti, anche se il diritto alla casa è riconosciuto dalla Costituzione spagnola, molto spesso non è ottemperato. Ed è questo il motivo per cui gli abitanti hanno deciso di espropriare e municipalizzare migliaia di metri quadrati nei dintorni di Marinaleda, per poterci successivamente edificare la propria casa. Il processo di “autocostruzione” inizia con  l’assegnazione del luogo e dei muratori da parte del Comune. Successivamente, la Junta de Andalucía (il governo andaluso), presta i soldi per i materiali e l’acquirente della casa se la costruisce lui stesso (altrimenti paga 45 euro al giorno per muratori ed elettricisti). Attualmente, la rata mensile è di 15 euro, che restituisce il prestito di materiali per l’abitazione, che finirà per diventare proprietà dell’acquirente. Proprio così: questo è il prezzo delle abitazioni a Marinaleda (e senza ipoteche).

PIENA OCCUPAZIONE.
L'altro fattore importante che dimostra che “un altro mondo è possibile”, almeno secondo i sostenitori di questo modello, è la disoccupazione. Con il tasso di disoccupazione che c’è in Spagna (quasi il 25%) e in Andalusia (oltre il 30%), risulta paradossale come a Marinaleda non vi sia disoccupazione, come riconosce anche il blog di un gruppo di destra come Intereconomia. Come si è riusciti a raggiungere la piena occupazione, smentendo teorici ed economisti di fama mondiale? In questo paesino di braccianti, nei decenni passati vennero occupati i possedimenti dei proprietari terrieri latifondisti, dando vita alla cooperativa “El Humoso”, grazie alla quale 500 famiglie trovano impiego e sono cooproprietarie, ricevendo uno stipendio di 1.125 euro per sei ore e mezza di lavoro giornaliero.

ASILI, PISCINA E DOMENICHE "ROSSE". 
Altri segni distintivi di Marinaleda sono le “domeniche rosse”, durante le quali la popolazione pulisce le strade, coltiva i giardini, insomma fa di tutto per rendere più accogliente il territorio. Ma non solo, anche l’asilo municipale, dove i bambini fanno colazione a 12 euro al mese, o la piscina comunale, il cui costo per tutta l'estate è di 3 euro. E poi, (come potrebbe essere altrimenti?), Marinaleda è molto legata a coloro che si trovano in difficoltà anche al di fuori della campagna andalusa: lo scorso aprile, nell'ambito della Settimana della Pace, ci fu un concerto in solidarietà con il popolo del Sahara occidentale, tema questo molto caro alla sinistra spagnola. E anche gli Ska-p, famoso gruppo musicale di Madrid, sono venuti a suonare in questa città di meno di 3.000 abitanti, a sostegno della Palestina. Forse è azzardato citare questo paesino come modello per uscire dalla crisi. In ogni caso se, come diceva Galeano, l'utopia è una scusa per andare avanti, questa utopia per la pace è servita per avanzare. E non di poco.

...pensiero al vento...
ED ECCOLA ... l'utopia di Eduardo Galeano:
"L'utopia è come l'orizzonte.
Mi avvicino di due passi,
lei si allontana di due passi.
Cammino per dieci passi
e l'orizzonte si sposta
di dieci passi più in là.
Per quanto io cammini,
non la raggiungerò mai.
A cosa serve l'utopia?
Serve proprio a questo: a camminare"



giovedì 17 maggio 2012

profezia? ... da Topolino


La profezia di Topolino, nel 1993 aveva già previsto tutto.

Sta facendo il giro della rete pagina 17 di un fumetto di Topolino del 1993. Quasi una profezia.

O forse i nostri politici si ispirano a Topolino? In ogni caso sembra scritto oggi. Tutto previsto.
ECCO LA PAGINA …


...pensiero al vento...

 PER GLI INTERESSATI DEL FINALE:
i Bassotti si sostituiscono ai tecnici che vengono sequestrati, tassano di tutto e di più assumendo come esa
ttori loro "colleghi".

Paperinik alla fine trova i veri tecnici, li libera e smaschera i Bassotti (che erano già sulla via di fuga visto che stavo per venir linciati dalla popolazione).

A quel punto i tecnici dicono che quello che è avvenuto prima (stratassare tutti) è pericoloso perchè porta all'insurezione e bisogna trovare il modo di fare cassa senza far insorgere la popolazione.

Ad esempio tassare i supereroi che in quanto pochi e anonimi non possono fomentare proteste di massa. Con Paperinik che sviene.

Il fumetto è il numero 1956, del 23 Maggio 1993