giovedì 27 settembre 2012

Ubuntu ...



Un antropologo propose un gioco ad alcuni bambini di una tribù africana.

Mise un cesto di frutta vicino ad un albero e disse ai bambini che chi sarebbe arrivato prima avrebbe vinto tutta la frutta.

Quando gli fu dato il segnale per partire, tutti i bambini si presero per mano e si misero a correre insieme, dopodiché, una volta preso il cesto, si sedettero e si godettero insieme il premio.

Quando fu chiesto ai bambini perché avessero voluto correre insieme, visto che uno solo avrebbe potuto prendersi tutta la frutta, risposero "UBUNTU", come potrebbe uno essere felice se tutti gli altri sono tristi?" UBUNTU nella cultura africana sub-sahariana vuol dire: "Io sono perché noi siamo". 

...pensiero al vento...
Non può esistere felicità se c'è sofferenza vicino a noi.
L'egoismo del mondo cosiddetto "civile", la politica del possedere ha generato solo odio e conflitti.

sabato 22 settembre 2012

C’è la crisi, si emigra a Cuba!


Sono duemila al mese i disoccupati spagnoli che fuggono dall’Europa per raggiungere Cuba. Ma come non era un lager a cielo aperto? Ecco come il socialismo cubano attira nei tempi di crisi.

Ci raccontano, e lo fanno ormai da anni, che il capitalismo è bene e il socialismo è male. 

Una sorta di manicheismo che nasconde la realtà, ovvero che il capitalismo ha fallito, e la miseria e la disoccupazione che hanno travolto l’Europa sono li’ a dimostrarlo. L’Europa chiede sofferenza, austerity, e per cosa poi? Per tenere in piedi un sistema ingiusto, e salvare soprattutto la poltrona di banchieri, affaristi, speculatori ed evasori, che sono poi quelli che hanno causato materialmente la crisi. Non c’è da stupirsi quindi che i giovani europei decidano di abbandonare baracca e burattini per andare a vivere altrove. E, povero per povero, perchè non andare a vivere in un Paese dove essere poveri non è considerata una colpa?

Avranno pensato questo i circa duemila spagnoli che ogni mese si imbarcano per L’Havana, e anche chi scrive ci sta facendo un pensierino. Per quale motivo dover faticare, umiliarsi e farsi sfruttare in lavori stressanti, malpagati e frustranti quando altrove si può abbracciare un nuovo modo di vivere e di organizzare la realtà causa soprattutto della crisi economica, dell’altissima disoccupazione e dei tagli al welfare e ai sussidi, dal 2009 sono emigrati in totale quasi 350.000 spagnoli. 114.057 soltanto nei primi mesi di quest’anno, dei quali 83.763 sono emigrati verso il continente americano e 26.222 verso altri paesi europei. 
 
Tra coloro che sono rimasti in Europa gli emigranti hanno privilegiato la Francia (8.273), scegliendo poi la Gran Bretagna (4.780), la Germania (3.262) e la Svizzera (3.141). La maggioranza degli spagnoli prova la carta dell’Argentina, ma sono sempre di più quelli che si trasferiscono a Cuba, anche giovando della vicinanza lingustica.
 
In alcuni casi si tratta di cittadini spagnoli con origini cubane o latinoamericane, ma non nella maggior parte dei casi. Gli emigranti sono per lo più giovani con un’età compresa tra i 25 e i 35 anni, con un buon livello di formazione in molti casi anche specialistica e qualificata. E spesso single. 
 
...pensiero al vento...
Certo questo sarà un brutto colpo per i destri e sinistri scatenati contro Cuba, personaggi che istericamente blaterano contro la Repubblica cubana ignorando gli ottimi livelli raggiunti da Sanità e Istruzione. I dollari nella vita non sono tutto, anche essere gratificati per le proprie conoscenze può significare qualcosa per qualcuno, con buonapace del capitalismo che misura tutto con una sola parola: il profitto.
 

mercoledì 12 settembre 2012

Scuole Pubbliche (art.33 della Costituzione) ...

dalla Costituzione Italiana - Articolo 33 ... 

ECCO il testo ...


L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

E` prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

...pensiero al vento...
DA DOVE vengono fuori tutti i finanziamenti alla Scuole Private italiane e a quelle dello Stato del Vaticano ? ...

CHI ha notizie di quale Emendamento / Leggiungola / Decretino sia stato fatto per drenare i FONDI PUBBLICI verso le SCUOLE PRIVATE batta un colpo !!

martedì 11 settembre 2012

l'altro 11 settembre ...

Liberamente tratto da:

Nessuno parla di un altro 11 settembre, come se la Storia avesse la facoltà di procedere a salti e balzi mortali.
 
Un altro 11 settembre merita di non essere relegato nell'oblio perchè ha segnato una svolta tragica dello sviluppo umano.
 
Non so se fosse una bella o brutta giornata, certamente fu una giornata pregna di significati che, ancora oggi, non vogliamo ricordare, o, preferiamo ricordare a senso unico, senza neppure azzardare un parallelo utile a capire il senso della storia, che va letta a tutto tondo, senza comode selezioni.
 
Quel giorno, di buon mattino si levarono gli aerei, pronti a scaricare il loro carico di morte; tutto era stato preparato minuziosamente, nulla doveva essere lasciato al caso o all'improvvisazione. Anche i piloti degli aerei furono sostituiti, perché venne a mancare la fiducia che avrebbero operato secondo i piani e secondo gli ordini ricevuti.
 
Era l'11 settembre del 1973, quando i primi aerei iniziarono il loro minaccioso volo contro il Palacio de la Moneda, dove Salvador Allende vigilava, insieme ad un piccolo manipolo di fedelissimi, sulla fragile democrazia cilena.
 
Chiamò il popolo con cinque radiomessaggi, ma non a raccolta per difendere le istituzioni minacciate, non voleva certo una guerra civile e fratricida, ma solo per scandire con esso i momenti tragici che stavano vivendo, anticipazione di quanto sarebbe poi accaduto con la criminale dittatura di Pinochet.
 
Il ruolo dell'America non lo mette più in dubbio nessuno, anche perché parecchi documenti sono stati resi pubblici, anche se solo a disposizione degli storici.
Nixon in quella occasione mise a disposizione della CIA denaro, mezzi, appoggi, purchè "si togliesse di mezzo quel figlio di puttana"; furono questi gli ordini che impartì a Kissinger.

Le multinazionali del rame, come ITT, Anaconda, Kennecott ed altre, che estraevano il metallo dalle miniere cilene, senza nulla riconoscere al legittimo governo e alla popolazione, premevano per una soluzione definitiva, e definitiva fu, affogata nel sangue.
 


Pinochet aspettava l'esito dei bombardamenti sul Palacio de la Moneda, colpita da missili, per iniziare quella che sarebbe stata la più crudele dittatura dell'America Latina.
E' da sottolineare che l'Italia, governata allora da politici e statisti di grande levatura, insieme alla Svezia non riconobbero mai il regime di Pinochet, e per tutti i 17 anni di dittatura, ufficialmente, rimasero in carica gli ambasciatori nominati da Salvador Allende.
 
...pensiero al vento...
La viltà degli aggressori si esaltò poi nell'affermare che Allende si sarebbe suicidato per paura, quando il palazzo presidenziale venne invaso dai mercenari che avevano dato seguito ai progetti USA.
 
L'ultimo radiomessaggio si concluse così:
 
"Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi.
 
La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes.
 
Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno.
 
Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo titolari, l’ammiraglio Merino, che si è autodesignato comandante dell’Armata, oltre al signor Mendoza, vile generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al Governo, e che si è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri.
 
Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò!
 
Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo.
 
E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente.
 
Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza.
 
La storia è nostra e la fanno i popoli.
 
Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia che avete sempre riservato ad un uomo che fu solo interprete di un grande desiderio di giustizia, che giurò di rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece.
 
In questo momento conclusivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi, voglio che traiate insegnamento dalla lezione: il capitale straniero, l’imperialismo, uniti alla reazione, crearono il clima affinché le Forze Armate rompessero la tradizione, quella che gli insegnò il generale Schneider e riaffermò il comandante Ayala, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando, con aiuto straniero, di riconquistare il potere per continuare a difendere i loro profitti e i loro privilegi.
 
Mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta donna della nostra terra, alla contadina che credette in noi, alla madre che seppe della nostra preoccupazione per i bambini.
 
Mi rivolgo ai professionisti della Patria, ai professionisti patrioti che continuarono a lavorare contro la sedizione auspicata dalle associazioni di professionisti, dalle associazioni classiste che difesero anche i vantaggi di una società capitalista.
 
Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che cantarono e si abbandonarono all’allegria e allo spirito di lotta.
 
Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo ha fatto la sua comparsa già da qualche tempo; negli attentati terroristi, facendo saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie, distruggendo gli oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano l’obbligo di procedere.




Erano d’accordo.
La storia li giudicherà.
 
Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più.
Non importa.
Continuerete a sentirla.
 
Starò sempre insieme a voi.
Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria.
 
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi.
Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi.
 
Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino.
 
Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi.


Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.
 
Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.
"

Santiago del Cile, 11 Settembre 1973

lunedì 3 settembre 2012

Il giorno prima…


Dedicato ad Angelo Vassallo (Pollica, 22 settembre 1953 – Pollica, 5 settembre 2010) ...
 
Il giorno prima… [racconto di Maria Rossi]

‘O pesce viento. I pescatori lo chiamano così. Perché, come il vento è imprevedibile, improvviso, irascibile, iroso e forte.
 
Non si da dove arriva né come si presenterà. Ma quando arriva e forma il branco sotto la chiglia della barca comincia la lotta per la sua cattura. E si difende bene, questo saporito gigante del mediterraneo che appassiona anche i principianti alla sua pesca perché pescarne uno è come espugnare una roccaforte, la roccaforte di quel mare “addo nun ce stanno taverne” ma dove si può sentire ancora la voce delle sirene, di Palinuro, del principe Tirreno nascosti negli anfratti delle scogliere che baciano le coste e si inabissano nel verde delle montagne cilentane.
 
Angelo Vassallo amava pescare il tonno. Organizzava l’uscita con Bernardo il suo compagno di sempre che lo accompagnava fedele col compito di procurarsi la pastura: 3 spaselle di sarde che poi pazientemente, una volta raggiunto il largo, avrebbe cominciato a seminare in mare solleticando l’ingordigia della loro preda.
 
Quella domenica mattina il mare era un incanto. I colori settembrini non si smentivano mai. Ad Angelo pareva che il suo mare, il mare di Pollica, insignito ogni anno di bandiera azzurra, avesse la capacità di cambiare tonalità di colore a seconda del mese e a settembre le acque di Acciaroli univano alla limpidezza del topazio, fili di corallo, pagliuzze di smeraldo e chiazze di oro, come se prima di ingrigirsi coi colori dell’inverno, restituisse tutto lo splendore accumulato nei mesi estivi, così come fa una donna irradiata dalla forza di un grande innamoramento.
 
Bernardo era già sul molo. Aveva sistemato le cassettine con le sarde sulla barca e si apprestava a mettersi al timone mentre Angelo, come era solito fare si sarebbe goduto il paesaggio che si allontanava gradualmente dalla sua vista, sorridendo con lo sguardo a quel piccolo mondo paesano incastonato sulla costa cilentana di cui egli era primo cittadino.

«Neh, Ngiulì, ma la marenna te la si portata?» Bernardo apostrofò quel compagno così come faceva solo quando erano da soli, quando la divisione tra sindaco e cittadino non c’era, quando essi erano ancora gli scugnizzi che correvano sulla spiaggia a giocare a pallone in tutte le ore possibili del giorno, tra le urla dei genitori che tentavano di rintracciarli e di ricondurli a casa a studiare.
 
Davanti alla gente anche per Bernardo, Angelo Vassallo diventava il sindaco e così gli si rivolgeva, nonostante Angelo lo avesse pregato più volte di chiamarlo per nome.

«In mare, solo quando stiamo mmiezzo ‘o mare tu ritorni Ngiulillo! Ma sulla terraferma sei il sindaco, pure per me!»

Ed ora lì, alle prese con gli ami, le esche, le canne, il timone, riacquistava la confidenza col suo amico sindaco e lo prendeva in giro concedendo solo al mare di assistere alla sua sfrontatezza nei confronti del primo cittadino!

«No che non te la sei portata! Tanto qua ci sta ‘o fesso che ci pensa! Uno di questi giorni ti lascio a digiuno!»
 
Angelo sorrise, ma con tono dimesso gli rispose: «Puoi farlo già oggi. Non credo che onorerò la tua merenda stamattina…»

«Ueh! E che è sta faccia scura?»

«Niente… Dai salpiamo! Abbiamo già fatto tardi!»

La barca di Bernardo prese a trottare pigra sulle acque del porticciolo e si avventurò verso il largo mentre la Madonna bianca posta sulla punta occidentale del molo li accompagnava con le sue palme tese.

Angelo aveva lo sguardo perso dietro il Monte Stella che, man mano che la barca si allontanava, allargava la sua mole abbracciando la costa, le pinete e il mare.

A tre miglia circa dalla costa, Bernardo cominciò la semina delle sarde in mare. Angelo era silenzioso. Le sarde luccicanti occhieggiavano sulla superficie, richiamo sensuale, per il pesce viento, il re tonno.

«Berna’ ma secondo te noi siamo tonni o sardine?»

«Ngiulì …e pecchè questa domanda? »

«Niente pensavo…»

«A cosa pensavi ? fammi sentire perché c’è qualcosa che non val. E’ da stamattina che guardi lontano senza guardare niente e mo ti sei messo a guardare le sardine!»

«Forse perché oggi mi sento una sardina che è pronta per diventare la pastura di un bel tonno vorace…»

«Tu non me la conti giusta! Mi devi dire qualcosa?»

Il sindaco tentennò, ma a Bernardo non poteva mentire.

«Si. Giorni fa ho avuto una telefonata… Un amico, mi ha detto».

«E che voleva?»

«Mi ha minacciato … là per là non ci ho pensato ... non gli ho dato retta. Questi devono essere quelli dell’autostrada, ho pensato. Ma stamattina tengo un cuore scuro che non ti so spiegare»

«lo hai detto ai carabinieri?»

«No, non ancora… »

«E hai sbagliato! Se hai bisogno di protezione quelli te la devono dare! Tu stai dando fastidio, sindaco! E ti devi stare accorto!»

«Che fai? Mi chiami sindaco pure qua in mezzo al mare dove stiamo io e te?»

«Tu lo sai… quando sei sindaco io non ti riesco a chiamare per nome. E in questo momento tu sei il sindaco di Pollica, preoccupato per una minaccia seria. Domani ti accompagno io in caserma!»

Angelo Vassallo sorrise. Quel compagno d’infanzia aveva la capacità di mitigare le sue angosce e riscaldargli il cuore col suo affetto sincero.

«Berna’, lo sai che penso? Che se tu fossi stato una femmina, con tutto che voglio bene veramente a mia moglie, mi sarei innamorato di te!»

Bernardo scoppiò a ridere! «E che è? Si diventato ricchione?»

Anche il sindaco rise, mentre la canna prese a ondeggiare fortemente.

«Uh madonna santa, ha abboccato!! Giesù mio e quanto è gruosso!»

Angelo si affacciò a guardare il pesce tra le acque mentre Bernardo cominciava le manovre per tirarlo a bordo.

«Aspetta Berna’! Non tirarlo!»

«Vuoi aspettare il branco? Ma questo è enorme!»

«No! Non lo tirare dagli lenza!»

«Ma se gli dò lenza si può liberare!»

«Dagli lenza ti ho detto!»

Bernardo obbedì e il pesce, avendo avuto spazio, con un colpo di coda si sganciò dall’amo.

«Hai visto? Che ti avevo detto? Lo abbiamo perso!»

Angelo guardò il suo compagno e con lo sguardo rivolto al pesce ormai libero e lontano, concluse:

«Lascialo andare… stavolta non tocca a lui morire…»
 
...pensiero al vento ...
 
 
 

sabato 28 luglio 2012

ignoranza politica ...

Pensiero ... estivo ...

...pensiero al vento...
Buone vacanze ... a-riscriversi e ri-leggerci a Settembre


giovedì 19 luglio 2012

Manfredi Borsellino ... grazie caro papà ...


19 luglio 1992 - 19 luglio 2012 ...

Manfredi Borsellino (figlio di Paolo Borsellino) "Grazie caro papà"

(trovate 5 minuti del vostro prezioso tempo per leggere questa lettera scritta dal figlio di Paolo Borsellino..)

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.
 Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.
 Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo.
In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente del Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.

Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare. Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii. Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di …, desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere. D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di … o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.



Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

Il 19 luglio a Como alle 21: In memoria di......

...pensiero al vento... 
rispetto ... ricordo ... esempio da imitare !!!