giovedì 27 gennaio 2011
lunedì 24 gennaio 2011
...un pezzo di storia italica...
Oggi che la carriera politica di Totò Cuffaro si chiude, vale la pena ripercorrerne l’esordio:
26 settembre 1991, serata speciale organizzata da Michele Santoro e Maurizio Costanzo, con la staffetta Rai3-Canale 5, in ricordo dell’imprenditore Libero Grassi ucciso dalla mafia.
In quelle immagini Cuffaro è accaldato, in camicia, grida: «Questo è un giornalismo mafioso, fa più male di dieci anni di delitti!».
Giovanni Falcone lo guarda, sornione.
Una volta, c’era un consiglio nazionale dei centristi alla Domus Mariae, Lombardo era chiuso in una stanza con altri notabili del partito, tutti zitti e vestiti di scuro, aspettavano la nomina a ministro del loro capocorrente che non arrivò. Cuffaro era fuori, nei corridoi, a parlare con i giornalisti. Un fiume in piena. «Venite a trovarmi in Sicilia!», concluse, «è una terra di sole, di mare e di voti per l’Udc!».
Di Cuffaro ha sempre colpito il codazzo dei clienti che lo seguiva ovunque.
Una volta, al primo congresso dell’Udc nel 2002 all’Eur, dopo il suo intervento si svuotò la sala e metà dei delegati lo accompagnò all’uscita: erano tutti uomini suoi.
Potente, al punto di far dipendere le mosse del partito nazionale dalle sue alleanze nell’isola. E in apparenza estroverso, sfrontato, diversissimo in questo da altri politici siciliani: Salvo Lima, mai data un’intervista in vita sua, l’ombroso Raffaele Lombardo.
Una volta, c’era un consiglio nazionale dei centristi alla Domus Mariae, Lombardo era chiuso in una stanza con altri notabili del partito, tutti zitti e vestiti di scuro, aspettavano la nomina a ministro del loro capocorrente che non arrivò. Cuffaro era fuori, nei corridoi, a parlare con i giornalisti. Un fiume in piena. «Venite a trovarmi in Sicilia!», concluse, «è una terra di sole, di mare e di voti per l’Udc!».Anche di altro, purtroppo, come hanno ripetuto decenni di inchieste giornalistiche (per conoscere meglio il personaggio, c’è il bellissimo docu-film di Stefano Maria Bianchi e di Alberto Nerazzini “La mafia è bianca”) e di processi giudiziari, come quello che si è concluso in questi giorni in Cassazione con la condanna definitiva dell’ex presidente della Regione Sicilia a sette anni.
...pensiero al vento...
I cannoli non ci sono più. E qualcuno già ironizza impietosamente sulla coppola che non potrà indossare a Rebibbia.
I cannoli non ci sono più. E qualcuno già ironizza impietosamente sulla coppola che non potrà indossare a Rebibbia.
Io penso che invece meriti rispetto questo uomo politico che non ha preteso leggi ad personam, che non è sfuggito al processo e che, condannato, saluta la moglie e si va a costituire in caserma.
Non è un eroe, non è un santo: dovrebbe essere la normalità.
Ma diventa l’eccezione nell’Italia di ReSilvio e di Battisti, dei furbi che la buttano in politica per non rispondere alla giustizia.
E già: nelle ore in cui ReSilvio tradisce la Costituzione su cui ha giurato, rifiutandosi di rispondere alla convocazione dei pm di Milano, e in cui la figlia Marina tradisce il buon senso, dichiarando il suo «orrore» per Saviano, un politico che rispetta la legge fa notizia. Onore, dunque, alla dignità di Cuffaro.
mercoledì 19 gennaio 2011
...buon compleanno, Paolo...
«Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontando piccoli ma significativi episodi della sua vita tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per come ci hai insegnato a vivere».
Ha scelto queste parole Manfredi Borsellino, figlio di Paolo, per ricordare il compleanno del padre, procuratore aggiunto di Palermo ucciso nella strage di via D'Amelio del 19 luglio del 1992. Oggi, 19 gennaio, Paolo Borsellino avrebbe compiuto 71 anni (1940-1992). La sua morte, 57 giorni dopo quella dell'amico e collega Giovanni Falcone, ha segnato la seconda strage della serie di attentati che ha colpito la Sicilia e l'Italia tra il '92 e il '93 in quella stagione culminata con la trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra di cui si stanno occupando le indagini delle procure di Palermo e Caltanissetta.
«Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all'interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua» ha scritto Manfredi nella testimonianza per il libro "Era d'estate", curato da Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi, con prefazione di Pietro Grasso (Pietro Vittorietti editore).
«La mia vita, come d'altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza "se" e senza "ma" a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in "familiari superstiti di una vittima della mafia", che noi vivessimo come figli o moglie di... desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiamava "Paolino" sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e per il momento unico nipote maschio».
Mercoledì in diverse città d'Italia il compleanno di Paolo Borsellino verrà ricordato in scuole, teatri, piazze. A Castelvetrano l'ex collaboratore di giustizia, Vincenzo Calcara, alle 10 incontra al teatro Selinus gli studenti del suo paese d'origine, dove torna per la prima volta dopo venti anni. Calcara, affiliato alla cosca dei Messina Denaro, nel 1991 svelò a Borsellino che la "famiglia mafiosa" di Castelvetrano lo aveva incaricato di ucciderlo. Ma Calcara fu arrestato e, in cella, decise di collaborare con la giustizia raccontando a Borsellino i progetti di Cosa nostra.
A Castelvetrano ci sarà anche Antonio Ingroia, "pupillo" di Borsellino e oggi procuratore aggiunto. «Se non avessimo potuto colpire Borsellino avremmo dovuto uccidere Ingroia al suo posto», raccontò Calcara.
E in un libro appena pubblicato ("Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino" di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo, Aliberti editore) Ingroia parla così delle indagini sulla trattativa e su esecutori e mandanti della strage di Via D'Amelio:
«Una storia aperta che non ha, non può ancora avere una sua conclusione fin quando non verrà scoperta tutta la verità su una delle stragi di mafia più anomale della storia della nostra Repubblica, e che perciò trova la spiegazione più plausibile della sua anomalia nella sua matrice verosimilmente non solo mafiosa, come sospettammo tutti fin dalla stessa sera della strage.
Un'intima consapevolezza di tanti che ora sembra diventare concretezza investigativa, e forse si appresta a trasformarsi in certezza probatoria.
Un importante contributo alla chiarezza in un momento di grande confusione nel nostro Paese, all'emergere della verità in una fase molto delicata della storia d'Italia.
Con l'augurio che coloro che quella Verità la vogliono fortemente riescano a prevalere sui Nemici della Verità e della Giustizia».
...pensiero al vento...
E ALLORA ... siccome è ancora VIVO colui le cui idee continuano a viaggiare per il mondo ...
PIUTTOSTO che celebrare una data ... FACCIAMO gli Auguri di Buon Compleanno ... a Paolo Borsellino, come se fosse ancora qui con noi ...
martedì 18 gennaio 2011
...forum nucleare...
Lo spot lanciato dal Forum Nucleare, con una spesa annunciata di tre milioni di euro, è un esempio di raffinata manipolazione dell’informazione: propina falsità sotto un apparente tono “equidistante” con le posizioni pro e contro rappresentate su una scacchiera.
Ci troviamo di fronte a una comunicazione assai più “ricercata” delle trasmissioni Rai con interventi tutti a favore tranne uno. Ma vediamo come lo spot traveste da “argomento razionale” due evidenti bufale.
Prima bufala: la gestione delle scorie. Nello scambio dei pro e contro, una voce si dice preoccupata del futuro, l’altra ribatte che le scorie prodotte sono quanto «una pedina a testa». La replica è che se si sommano le teste non è poi così poco. La voce pro conclude il batti e ribatti affermando che però «si possono gestire in sicurezza». Peccato che in nessuna parte del mondo, dopo 60 anni di sviluppo tecnologico – e dopo aver ricevuto la quota maggiore degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo energetico dei Paesi Ocse – questo miracolo sia ancora mai stato dimostrato.
Seconda bufala: la voce contro ricorda che, per fare a meno delle fonti fossili, ci sono le energie rinnovabili. La voce a favore del nucleare ribatte che tra cinquant’anni potrebbero non bastare. Qui la menzogna è duplice. In primo luogo tra cinquant’anni anche l’uranio estraibile a costi calcolabili sarà agli sgoccioli. In secondo luogo, la possibilità tecnica ed economica di uno scenario energetico totalmente basato sulle rinnovabili non è solo una fantasticheria degli ambientalisti: ci sono analisi di fonte industriale e istituzionale che lo dimostrano possibile almeno su scala europea.
A parte il dubbio su chi pagherà alla fine i costi di questa propaganda, dato che le norme in vigore per il nucleare prevedono fondi pubblici per «campagne informative» – tema sollevato da una interrogazione al Senato di Ferrante e Della Seta (Pd) – non sappiamo come si svilupperà questa ricca campagna di disinformazione pubblica.
Secondo l’ultimo sondaggio europeo sul tema nucleare dello scorso marzo (Eurobarometro) 55 su 100 italiani pensano che i rischi del nucleare siano superiori ai benefici, contro 27 che ritengono il contrario (un rapporto 2 a 1).
Semmai questa campagna venisse rimborsata da fondi pubblici saremmo di fronte a un paradosso: si useranno le risorse di tutti per cercare di convincere la maggioranza dei cittadini che ha torto.
..pensiero al vento...
Come reagiranno gli italiani?
Quel che è certo ... è che da quando il governo ha cominciato a parlare di nucleare, stando alle rilevazioni dell’Ipsos, l’opposizione è cresciuta.
venerdì 14 gennaio 2011
...scelte "naturali"?...
«È un discorso pacato che dice, Vogliamo le otto ore, basta lavorare da mattina a sera, e allora i più prudenti si preoccupano del futuro, Che ne sarà di noi se i padroni non vorranno darci lavoro, ma le donne che stanno lavando i piatti della cena, mentre il fuoco arde, si vergognano di quanto sia prudente il loro uomo […] Poi un’altra voce, viene da lì … Non è per le otto ore e per i quaranta scudi di salario, ma perché dobbiamo fare qualcosa per non rovinarci, perché una vita del genere non è giusta».
Sono passi, questi, del meraviglioso romanzo di Saramago “Una terra chiamata Alentejo”.
Mi è tornato in mente ascoltando e leggendo alcuni commenti in merito all’accordo Mirafiori ed alle affermazioni di Marchionne che minacciano chiusure e delocalizzazioni nel caso in cui i lavoratori non accettino le sue condizioni.
Alla fine i lavoratori del latifondo del romanzo di Saramago, uniti, riuscirono a spuntarla e a far valere alcune loro rivendicazioni, per quel tempo rivoluzionarie specie in una terra dominata dal latifondismo e con al potere un dittatore come Salazar. Riuscirono, uniti, ad ottenere le otto ore di lavoro ed a non rovinarsi. Erano gli anni, quelli ricordati nel romanzo del premio nobel portoghese, che vanno dall’inizio del secolo scorso fino al 1974, l’anno della Rivoluzione dei Garofani in Portagallo.
Qualche solone di certo modernismo, storcerà il naso a vedere accostato all’accordo di Mirafiori tra Fiat e gli ingialliti sindacati Cisl, Uil e Fismic una terra così lontana nello spazio e nel tempo. Ripeterà magari che i tempi sono cambiati, che il mondo è cambiato, che il lavoro è cambiato e che i rapporti tra lavoratori ed impresa non possono non cambiare.
Quegli stessi sacerdoti del liberismo, dicono anche che un sindacato come la Fiom è fuori dal tempo, perché si ostina a rimanere ancorata alla difesa di diritti (qualche volta chiamati, senza vergogna, privilegi) che non avrebbero più ragione di esistere nel mondo globalizzato (delle merci e del denaro, aggiungo io, ché gli uomini e le donne, per molti aspetti, sono considerati meno di una lattina di Coca Cola o di un assegno).
Non si stancano quei pontificatori del primato del mercato di ripetere o di scrivere che bisogna capire che il mondo è cambiato, ogni volta che si tratta di relazioni industriali e sindacali o in genere di rapporti economici. Ma prima o poi qualcuno degli enunciatori di questa litania dovrà pur spiegare cosa voglia dire che “bisogna capire che il mondo è cambiato”, sennò, dette così quelle affermazioni possono essere sostituite con non ci sono più le mezze stagioni e nessuno si accorgerebbe della differenza, ché sempre di una frase fatta si tratterebbe, di un motto, di uno slogan.
Il mondo è cambiato, come? Da solo? E’ economicamente e socialmente mutato per (dis)grazia divina? Le politiche economiche sono forse manne che scendono dal cielo? E’ forse questo che si vuole intendere? Sì, è questo. E’ sempre questo!
Far passare per “naturale” l’attuale modello economico e politico con tutto quello che ne consegue, comprese le basi dell’accordo tra Fiat e una parte sindacale.
Se tale modello è quello “naturale”, evidentemente non si potrà far altro che firmare quell’accordo e chi non lo fa va contro quella “naturalità” e quindi sta per forza di cose sbagliando. Ora, assumere come “naturale” l’assetto politico ed economico contemporaneo, significa, questo sì, ragionare in maniera ideologica, se non peggio e cioè dogmatica.
Un dogma tutto dentro quell’agire politico piegato di fronte a ciò che il sociologo Marco Revelli definisce «dispotismo della realtà», per il quale è lo stato di cose presenti a regolare ogni altra attività. Un agire politico che ottiene il riconoscimento dei più alti e potenti attori sociali e che sottrae spazi sociali e diritti a tutti gli altri. Qualche tempo fa è toccato Pomigliano, fra qualche giorno – speriamo di no – potrebbe toccare a Mirafiori. Ed è facile prevedere che quel dispotismo non si fermerà a Torino.
...pensiero al vento...
futuro incerto? ... forse NO, è fin troppo certo che senza una virata, si va dritti contro gli scogli !!
giovedì 13 gennaio 2011
...FIAT di Stato...
Quanto lo stato italiano abbia erogato alla Fiat negli ultimi trentatre anni, è dato da uno studio fatto da Giuseppe Bortolussi segretario degli artigiani e dei piccoli imprenditori della Cgia di Mestre.
Sono stati erogati finanziamenti per sette miliardi e seicento mila euro. Si tratta di “una cifra importante – spiega Bortolussi – che ha toccato la dimensione economica più rilevante negli anni ’80. In questo periodo di profonda ristrutturazione di tutto il settore automobilistico mondiale, la casa torinese ha ricevuto dallo Stato italiano oltre 5,1 mld di euro“.
Bortolussi prosegue fornendo numeri più dettagliati: dal 1990 in poi, 1,279 miliardi di euro sono stati investiti per la costruzione degli impianti di Melfi e Pratola Serra. Altri 272,7 milioni sono stati utilizzati per ristrutturare gli impianti di Melfi e Foggia tra il 1997 e il 2003.
Lo Stato ha inoltre “coperto” gli incentivi alla rottamazione con 465 milioni di euro.
Trattasi sempre di fondi statali, pubblici.
“In questa analisi – conclude Bortolussi – non abbiamo tenuto conto dell’importo sostenuto per l’erogazione degli ammortizzatori sociali. Tra il 1991 e il 2002 la spesa è stata pari a 1,15 mld di euro. Un’entità, che è bene ricordare, è stata sostenuta anche dalla Fiat e dai suoi dipendenti”.
Lo Stato ha inoltre “coperto” gli incentivi alla rottamazione con 465 milioni di euro.
Trattasi sempre di fondi statali, pubblici.
“In questa analisi – conclude Bortolussi – non abbiamo tenuto conto dell’importo sostenuto per l’erogazione degli ammortizzatori sociali. Tra il 1991 e il 2002 la spesa è stata pari a 1,15 mld di euro. Un’entità, che è bene ricordare, è stata sostenuta anche dalla Fiat e dai suoi dipendenti”.
mercoledì 12 gennaio 2011
...l'Italia? agli "italiani"!...
E' ormai certo: ReSilvio manda in pensione il Popolo delle Libertà ...
SI, proprio quello "creato" e annunciato da un tettuccio di un'auto di servizio ... attorniato da un nugolo di sudditi osannanti ... per un nuovo paese (finalmente) "libero dal comunismo" ... !!!
Il pensionamento sarà stato dettato ... di sicuro ... da ragioni di opportunismo: TROPPO imbarazzante e TROPPO impopolare sarebbe stato iniziare a discuisire con Fini (ufficialmente cofondatore) ...
E ALLORA, meglio ripartire ... e ripartire alla grande ...
NUOVO nome ... NUOVO simbolo ...
E SICCOME il Re non ha limiti ... che si prende ora? ... il nome del Paese ...
...pensiero al vento...
SE il nuovo partito si chiamerà ITALIA ... i suoi attivisti? come saranno chiamati? ... se non ITALIANI?
E ALLORA ... finalmente ... nessuno potrà più contraddirlo sul fatto che "...gli italiani stanno dalla mia parte" ...
RIDICOLO? ... spero di SI ... e che presto potremo rimpiangere questo "penoso" periodo del nostro paese ...
SE PROPRIO sarà "Italia" ... ecco una gustosa vignetta ... a commento ...
RIVEDIAMO, infine ... un bel video ... di Roberto Benigni ... su Silvio e Dio ...
martedì 11 gennaio 2011
...Wikileaks, USA e opposizione cubana...
“L’opposizione cubana è divisa, dominata da personalismi, persone che hanno come principale scopo ottenere denaro da noi più che programmare il dopo-Castro. Se vogliamo rovesciare Cuba rivoluzionaria con questa gente non otterremo nulla e dovremmo piuttosto cercare qualcuno all’interno del governo”.
Chi scrive queste sconsolate righe, che qualunque osservatore serio di cose cubane sottoscriverebbe, ma che non troverete mai pubblicate nei grandi media critici rispetto alla Rivoluzione Cubana, è il massimo responsabile di cose cubane del governo statunitense, Jonathan D. Farrar, capo della Sezione di interessi statunitensi a L’Avana.
Per quanto spiacevole possa essere, Farrar lo ha messo nero su bianco in un rapporto del 15 aprile 2009, reso pubblico da Wikileaks: i dissidenti finanziati da quel governo non rappresentano i cubani.
Non è la prima volta che viene rivelato il doppio discorso del governo degli Stati Uniti rispetto ai dissidenti cubani e la scarsa considerazione che quel governo ha di questi ultimi pur appoggiandoli.
Nel 2008 il Congresso degli Stati Uniti ammise che la maggior parte dei fondi destinati all’opposizione cubana non arrivava mai nell’isola ma si incagliava in mille rivoli della comunità residente a Miami.
Oggi, grazie a Wikileaks, si dimostra che il governo cubano non ha tutti i torti quando definisce “mercenari” i dissidenti che girano intorno agli uffici diplomatici statunitensi e da questa accettano denaro e che ha, sempre secondo Farrer, gioco facile il governo cubano a infiltrare tali gruppi ed esaltarne le contraddizioni.
Farrar scrive con un certo disprezzo che i dissidenti sono personaggi tra i 50 e i 60, di scarsissimo seguito nell’isola, e di nessuna presa tra i giovani. Più che nel paese sono conosciuti nelle ambasciate e dai corrispondenti della stampa estera, che poi li trasformano in stelle internazionali.
Nonostante ciò Farrar consiglia comunque di continuare ad appoggiare personaggi che lui stesso considera di poco o nessun credito. Per Farrar ci sarebbero tra i giovani, soprattutto nell’ambiente artistico e nell’ambiente Internet, focolai di ribellione e critica al sistema ma tali ambienti, lascia capire tra le righe il diplomatico, da una parte sono controllati e dall’altra non si prestano alle infiltrazioni.
Quello che Wikileaks rivela è che i dissidenti ufficialmente vengono appoggiati, consigliati, coccolati, finanziati con milioni di dollari e ne viene sapientemente costruita l’immagine internazionale di eroi impavidi nella lotta per la democrazia.
Ufficiosamente però il punto di vista di chi nel governo degli Stati Uniti i dissidenti cubani contatta, conosce, seleziona e finanzia non si discosta dal punto di vista del governo cubano e di saggi come “Los disidentes” di Rosa Miriam Elizalde. Le rivelazioni di quel saggio, che si basavano sulle testimonianze degli infiltrati dei servizi cubani tra i dissidenti stessi, furono bollate per anni come calunnie di regime.
Adesso sappiamo che non solo non erano tali ma che il punto di vista di quel libro, sostanzialmente la visione ufficiale del governo cubano sul tema spinoso dell’opposizione, coincide strettamente con quanto dei dissidenti pensano quelli che li manovrano dalla Sezione d’Interessi del governo statunitense sul Malecón dell’Avana.
...pensiero al vento...
Wikileaks insomma sta rimettendo le cose a posto tra realtà e vulgata propagandata dal sistema mediatico. I documenti diffusi finora hanno confermato che gli Stati Uniti hanno attivamente lavorato per demonizzare la figura del presidente venezuelano Hugo Chávez ben oltre suoi eventuali demeriti. Inoltre quello stesso governo che sosteneva pubblicamente che in Honduras non ci fosse mai stato un golpe, in privato ammetteva che quello che appoggiava era un governo golpista. Adesso arrivano queste tristi rivelazioni sui dissidenti cubani che denudano le menzogne del governo statunitense e dei media mainstream. Non ci stupisce che entrambi trattino Wikileaks come fosse Al Qaeda.
giovedì 6 gennaio 2011
...informazione veritiera...
Il 5 gennaio del 1984 la mafia uccideva Pippo Fava.
L’8 gennaio del 1993 sempre la mafia uccideva un altro valoroso giornalista, Beppe Alfano, padre di Sonia, deputata al Parlamento europeo ed eletta, come indipendente, nelle liste dell’Italia dei Valori.
E' bene ricordare questi due eroi dell’informazione, visto che in quei giorni si parla di tutto, tranne che di mafia.
Pippo Fava era uno di quei giornalisti che, pur di raccontare la verità, poteva rimanere senza lavoro, fondare una rivista dal nulla e continuare a scrivere di mafia. Uno di quelli che già negli anni '70 vedeva la mafia come un fenomeno diverso, guardandola in modo più ampio e considerandola nella sua complessità. Fava, da siciliano, diceva che la Mafia, quella veramente pericolosa per tutto il Paese, stava in Parlamento, nelle istituzioni. In Italia, dove i rapporti tra mafia e Stato non vengono mai chiariti, il giornalismo come quello che faceva lui è indispensabile.
Oggi che alcune di quelle relazioni stanno venendo a galla, in un periodo nel quale siamo vicini come mai alla verità, abbiamo l'obbligo di ricordare le parole di chi pur consapevole dei rischi che stava correndo, come sono tutte le vittime della mafia, non si è fermato e ha continuato a denunciare.
Tra qualche giorno, l'8 gennaio, ricorrerà l’anniversario di un altro omicidio di mafia: nel 1993 veniva ucciso Beppe Alfano, altro giornalista che, innamorato della sua terra, denunciava chi, nell'illegalità, la storpiava.
Se per l’omicidio di Fava ci sono state delle condanne, nel clan dei Santapaola, gli assassini di Alfano sono ancora a piede libero, ed è questo l'insulto più grande alla sua memoria.
Nella classifica annuale di Reporters sans frontières sulla libertà di stampa, l’Italia mantiene il 49° posto a pari merito con il Burkina Faso e in leggero vantaggio su El Salvador.
Una ragione in più per ricordare la figura di questi due giornalisti tutti d'un pezzo e senza padroni: il loro esempio deve essere un monito da seguire in un Paese che invece è asservito al satrapo e alla sua banda di pseudogiornalisti.
Parte dell'eredità morale di Fava e Alfano, intellettuali uccisi per le loro idee e per le loro azioni, è stata raccolta un anno fa anche da ‘Radio 100 passi’. Una radio siciliana e italiana che compie in questi giorni un anno e cha fa informazione libera e antimafia, anche nel nome di tutte quelle vittime coraggiose e silenziose.
...pensiero al vento...
è sempre (purtroppo) un mestiere da EROI fare informazione "neutrale" e "veritiera" in terra di camorra ...
martedì 4 gennaio 2011
...il tramonto della II Repubblica...
Cosa rimarrà della Seconda Repubblica? Come la racconteranno gli storici?
Tra dieci o vent'anni proveremo un senso di stupore, non crederemo alla sua esistenza, a chi la rappresentava. Impossibili Gasparri e Carfagna ministri, Berlusconi o D'Alema presidenti del Consiglio. Incredibili Dell'Utri e Cuffaro senatori.
Per salvarci la coscienza riscriveremo allora la Storia, costruiremo dei solidi alibi.
Per salvarci la coscienza riscriveremo allora la Storia, costruiremo dei solidi alibi.
Così come il fascismo fu colpa di Mussolini, la seconda Repubblica avrà Berlusconi come unico responsabile.
Gli altri, tutti gli altri, i servi, i mafiosi, i collaborazionisti a tempo pieno della più indecente sinistra d'Europa, i leccapiedi, i portaborse e le puttane di regime si salveranno.
La Seconda Repubblica è al suo tramonto, ma è un tramonto lunghissimo, che non termina mai. Forse perché dopo il tramonto verrà una notte di cui abbiamo paura.
La Seconda Repubblica è al suo tramonto, ma è un tramonto lunghissimo, che non termina mai. Forse perché dopo il tramonto verrà una notte di cui abbiamo paura.
...pensiero al vento...
grande verità ... da Berluscoroma2010 ... di Marco Travaglio
domenica 2 gennaio 2011
...leggi ad personam...
Nel 2011 con i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia torneranno alla ribalta tutti i grandi personaggi storici e politici che permisero l’unificazione del nostro paese.
Tra di loro vi fu certamente Camillo Benso Conte di Cavour: patriota, fine politico, imprenditore, capostipite della destra storica e nonché primo presidente del Consiglio del Regno d’Italia nel 1861.
Oltre ai grandi successi politici, nella sua vita (morì a 51 anni) il Cavour ebbe anche svariati problemi, come le inimicizie con Garibaldi e Mazzini e le diatribe con lo Stato vaticano.
C’è però un fatto che invece ci ricollega ai tempi nostri e che Maurizio Blondet di EffediEffe ha raccontato analizzando il libro di Angela Pelliciari “L’altro Risorgimento” :
«(Cavour) era il maggiore azionista della «Società Anonima Molini Anglo-Americani» (sic) di Collegno, il più grande ente privato granario della penisola. Nel 1853, col raccolto scarso e la fame che infuria fra gli strati popolari, mentre i principati «reazionari» vietano l’esportazione dei grani per nutrire le loro popolazioni, il Piemonte la consente, così che i produttori locali realizzano forti profitti dalle esportazioni del prodotto rincarato. Per questo avvengono disordini davanti all’abitazione di Cavour, stroncati dalla polizia e dalla truppa a fucilate».
Tutte dicerie dei giornali popolari dell’epoca per lo storico Rosario Romeo. Lorenzo Del Boca invece nel suo libro “Indietro Savoia” irrobustiva questo racconto scrivendo anche dei «giornali come L’imparziale e La voce della libertà (tra i principali accusatori della manovra del governo sul grano) criticati per aver istigato il popolo a rivoltarsi e che furono trascinati in tribunale ma gli imputati furono assolti». Angelo Brofferio, deputato della sinistra e “nemico” politico di Cavour attacco duramente il collega:
«Sotto il governo del conte di Cavour ingrassano illecitamente i monopolisti, i magazzinieri, i borsaiuoli, gli speculatori, mentre geme e soffre l’universalità dei cittadini sotto il peso delle tasse e delle imposte» facendo in oltre notare il conflitto d’interesse: «Il conte di Cavour è magazziniere di grano e di farina…».
...pensiero al vento...
Modificando alcuni termini, i suoi protagonisti e le date di questa storia sembra realmente cronaca dei giorni nostri:
- i giornali che scriverebbero solo dicerie per rovinare il politico di turno
- il conflitto di interessi
- le leggi ad personam.
Questo aneddoto su Camillo Benso serve a ricordare forse a noi italiani che la nostra penisola non è mai cambiata: già prima dell’unificazione aveva gli stessi deprecabili usi e costumi che, via a via peggiorando, si sono trascinati in questo ultimo secolo e mezzo.
Lo stesso Totò nel video tratto dal film “Gli Onorevoli” datato 1953 ci mostrava una “specie di politica” non è molto diversa da quella attuale.
Gattopardismo alla sua essenza primordiale: cambiare tutto affinchè non cambi niente, che si parli di oggi, 50 o 150 anni fa.
ED ECCO ... il comizio con un divertente parallelo coi tempi di OGGI ...
sabato 1 gennaio 2011
...anno nuovo?...
Chi accusava ReSilvio di presiedere un governo che non fa nulla, e su questo basava la sua opposizione, dovrà ricredersi: magari il Cavaliere si occupasse solo degli affari suoi.
In un colpo solo, dalla controriforma universitaria all’accordo di Mirafiori, il governo ha fatto piazza pulita di un’epoca. Per carità, non che il diritto allo studio prima fosse garantito, o che studenti e ricercatori non versassero già in tristi condizioni. Come pure gli operai di fabbrica, spremuti e ricattati dai salari più bassi d’Europa, non se la passavano bene nemmeno prima di Marchionne. Solo che ora staranno peggio.
I diritti garantiti dalla Costituzione, ora è fuori di dubbio, non garantiscono nulla fuori da quelli che sono i rapporti di forza: è su questo che dovremmo, tutti e ognuno dalle sue storie diverse, riprendere il cammino.
Questo quadro ci consegna, senza tanti giri di parole, l’ineluttabilità della ricomposizione sociale. Se vogliamo essere all’altezza della sfida, storica, che abbiamo difronte, la precondizione è quella di rovesciare il paradigma della scomposizione su cui poggiano i pilastri del nuovo dominio della società.
Dalla fabbrica all’Università, dalle lotte ecologiche e in difesa dei beni comuni alla cultura, l'unica possibilità è la costruzione di luoghi, pubblici e politici, che ci mettano insieme, che uniscano gli interessi, che ci facciano parlare l’uno dell’altro come parlassimo di noi.
Ma questa è solo la precondizione, il minimo. Non è una questione di operai e studenti uniti nella lotta, ovviamente. Non riguarda nemmeno il "coordinamento delle resistenze”, che sommate, si sa, rischiano di essere la panoramica dell’impossibilità.
La ricomposizione sociale è la pratica, e quindi la ricerca continua, di un “bene comune”. La precondizione ha bisogno di un atteggiamento nuovo, da parte di tutti. Dovremmo metterci nelle condizioni di poter valutare il limite e la sfida, di poter vedere nitidamente qual è l’obiettivo sapendone la distanza.
Marchionne e la Gelmini, le banche centrali e i patti di stabilità, non si possono sconfiggere senza un’idea alternativa di società. Non si può far leva solo sulle storture della democrazia liberale in crisi. Pena il fatto che difronte agli eventi, tumultuosi o pacifici che siano, ci si dimeni tra apologia ed ipocrisia, perdendo tempo su analisi sociologiche sulla violenza o non violenza, trastullandosi con esercizi retorici ed ideologici, buoni solo per i telepredicatori del nostro tempo.
...pensiero al vento...
Sarà un anno duro, e l’unico modo per affrontarlo è pensare seriamente di scrivere noi una nuova storia.
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