(alla memoria di Gerard Lebovici, assassinato a Parigi il 5 marzo 1984 in un agguato rimasto misterioso)
Nel gennaio del 1988 la mafia colombiana della droga pubblicava un
comunicato destinato a rettificare l’opinione del pubblico sulla sua
presunta esistenza.
L’esigenza principale di una mafia, dovunque possa
essersi formata, è naturalmente di dimostrare di non esistere, o di
essere stata vittima di calunnie poco scientifiche; questo è il suo
primo punto di contatto col capitalismo.
Ma in questo caso quella mafia,
irritata dal fatto di essere additata essa sola, è arrivata al punto di
evocare gli altri raggruppamenti che vorrebbero farsi dimenticare
prendendola abusivamente come capro espiatorio.
Il comunicato diceva:
«Noi non apparteniamo alla mafia burocratica e politica, né a quella dei
banchieri e dei finanzieri, né a quella dei milionari, né alla mafia
dei grandi contratti fraudolenti, dei monopoli o del petrolio, né a
quella dei grandi mezzi di comunicazione».
È certo possibile ritenere
che gli autori di questa dichiarazione abbiano interesse a scaricare,
come tutti gli altri, le loro pratiche nel vasto fiume delle acque
torbide della criminalità e delle illegalità più comuni, che bagna la
società contemporanea per tutta la sua estensione; ma è anche giusto
ammettere che queste persone sanno meglio di altre, per la loro
professione, di cosa parlano.
La mafia trova dappertutto le condizioni
migliori sul terreno della società moderna. La sua crescita è rapida
quanto quella degli altri prodotti del lavoro col quale la società dello
spettacolare integrato plasma il suo mondo.
La mafia aumenta con gli
enormi progressi dei computer e dell’alimentazione industriale, della
ricostruzione urbana integrale e delle bidonville, dei servizi speciali e
dell’analfabetismo.
...pensiero al vento...
INSOMMA ... c'è mafia e mafia ...
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