giovedì 25 settembre 2008

...la danza degli obblighi...

Ieri sera abbiam fatto le 23:00 in ufficio ... e stamattina alle 7:50 già di nuovo qui. Continua la settimana dura... come previsto ... anche nel post di VEN scorso. ... domani (tanto per "riposare" ... ho aereo per Madrid alle 8:00, poi riuinione lì tutto il giorno ... e rientro a Roma Sabato mattina ...)

Anche stamattina ... ed è il terzo giorno di seguito ... sono arrivato in ufficio a piedi ... causa il traffico da delirio che intasa la Tiburtina fin dalle prime ore del mattino: preferisco non accordarmi alla file dei "rassegnati" al fatto che il "traffico ci deve essere" ... come se fosse un uragano che arriva e ci si può solo difendere ... faccio allora a piedi il Km e mezzo che da casa porta all'ufficio ... e guadagno poi un passaggio in auto la sera per tornare a casa ...

Stamattina lungo il percorso ho fatto qualche foto ... per rendere l'idea:


...spettacolo di quotidiano di delirio automobilistico...


...dietro-front alla ricerca di strade alternative...


...l'incorcio delle discordie...

In questo "clima" ... mi viene in mente il testo che mi è arrivato ieri ... via email ... dal Diario di Silvano Agosti ... il titolo è "La danza degli obblighi" :

"
Ci sarà pure qualche barbaro un po’ meno barbaro tra coloro che hanno la responsabilità di organizzare le Istituzioni o comunque influire sul destino della gente.

Qualcuno cui riferire l’assoluta disorganizzazione e le umilianti quanto inutili costrizioni cui vengono sottoposti ogni giorno gli esseri umani.

A parte la violenza fortemente improduttiva di costringere i più a lavorare per tutto il giorno, invece che dividerlo almeno a metà, riservando metà giornata al lavoro e metà alla vita. Su tutti pesa lo spettro spietato dell’Obbligo.

Si sa bene ormai e per esperienza diretta che l’Obbligo è una sorta di ruggine dei sentimenti che finisce col tempo per corrodere e guastare ogni rapporto con se stessi, con i propri simili e più in generale col mondo.

Così allo sguardo limpido del bambino che accompagno ogni mattina a scuola appaiono, uno dopo l’altro, gli Obblighi che pesano sulla realtà.


Dalle sette e quarantacinque alle otto e quarantacinque circa i vagoni della metropolitana sono stracolmi, al punto da fondere umori e sudori in un magma di irritazioni e di sguardi obliqui.


Stipati da quelli che hanno l’Obbligo di recarsi al lavoro tutti alla stessa ora, da cui consegue l’Obbligo di andare a scuola tutti con lo stesso orario, e lì, nella prigionia del banco, farsi dominare dall’Obbligo di “studiare” e cioè di immagazzinare nozioni non desiderate, in luogo di dare risposta a curiosità naturali sul proprio corpo, sull’ordinamento sociale, sull’assurdità degli obblighi, appunto, che ossessionano i più.


Intanto nel centro della città, muovendosi a una velocità media di gran lunga inferiore a quella di un pedone, file interminabili di auto arrancano sui tracciati che conducono agli uffici, alle officine, ai negozi etc., ogni mattina rimanendo intasate per almeno un paio d’ore.


Perché tutti costoro ogni giorno si sottopongono a una vessazione tanto asfissiante (in tutti i sensi, dato che queste diecine di migliaia di automobili emettono una spessa nube di ossido di carbonio)?


Apparentemente non c’è risposta a questo interrogativo, ma uno sguardo attento, dietro i vetri che li imprigionano, scorge sui loro volti rassegnati un barlume di adesione a quell’innaturale procedere a due chilometri l’ora, espressa da un pensiero: “Comunque meglio qui incastrati nel traffico che in quel maledetto ufficio dove ho l’Obbligo di passare la mia giornata, anzi, tutta la mia vita.”


Come dar loro torto?


Ma dalle dieci in poi le strade della città si svuotano, le metropolitane viaggiano quasi senza viaggiatori e gli esseri umani si ricompongono nella disperazione degli obblighi quotidiani.


E’ immediato e semplice il pensiero che scaglionando gli orari di lavoro questo piccolo inferno cesserebbe di esistere.


Lo stesso dramma si ripropone la sera, quando il ritorno dalle otto o dieci ore di lavoro ridiviene privo di qualsiasi buon senso organizzativo.


Sfilano i volti esausti che compongono questo fiume di destini negati. Perché tutta questa gente ha dimenticato che si vive una sola volta nell’arco estremo dell’eternita’? Cosa si può fare perché divengano coscienti della ferocia che li domina?


Forse sarà la Poesia a togliere agli uomini l’imbarazzo di una vita non vissuta. Sui luoghi di lavoro e sui mezzi di trasporto dovrebbero essere scritti questi versi: “A voi, che dall’albero della vita, cogliete le foglie e trascurate i frutti.”

...pensiero al vento...

oggi non ho molto tempo per "pensieri al vento" ... i miei Obblighi ... anche oggi ... mi richiamano ...

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