venerdì 13 marzo 2009

...ammortizzatori sociali (3)...

Chiudo la serie di articoli sul tema ...

... il nostro BelReame è un mondo chiuso e arcaico, a guardia del quale sono poste le Televisioni.

Imbarazzante è ricordare quali sono i criteri per accedere ai 40 (quaranta) euro della social card di ReSilvio: bisogna avere un reddito annuo inferiore ai 6000 euro e avere figli che non abbiano superato i tre anni. A partire dagli 80 anni il reddito può superare gli 8000 euro l’anno. Vi rendete conto?

Per misurare la distanza siderale delle politiche di assistenza europee dalla barbarie berlusconiana porto un caso della mia vita in Germania.

Tra le varie forme di trasferimenti, esiste in Germania il Kindergeld: indipendentemente dal reddito della famiglia, indipendentemente dal fatto che si tratti di una famiglia ricca o povera, indipendentemente anche, si noti, dalla nazionalità della famiglia, lo Stato versa per ogni bambino a carico 150 euro al mese. Il trasferimento dura fino alla maggiore età, o fino ai 26 anni, se il figlio studia.

Un amico ... quando , dopo un anno di vita in Germania, mi decise a sbrigare la pratica del Kindergeld, con sorpresa ha constatato che l’amministrazione tedesca del tutto autonomamente si era premurata di versare gli “arretrati” relativi all’anno precedente, cosa che non aveva chiesto, e a cui neanche pensava di aver diritto.

Siamo su un altro pianeta? Certo, in Germania si pagano le tasse ... e per quelli che non lo fanno sono dolori.

Addirittura i servizi segreti tedeschi (lo ricordate?) hanno prezzolato un funzionario di una banca svizzera per avere la lista degli evasori. Poi, non so se per ingenuità o per spirito di ironia, ci hanno trasmesso i nomi degli italiani che figuravano sulla lista nera. Non rendendosi conto dei rischi d’infarto che questa iniziativa avrebbe provocato da noi.

Qualcuno in Italia si è lamentato del fatto che la proposta di Franceschini è discriminatoria verso i lavoratori autonomi. Ha ragione. In Europa chiunque non abbia un reddito sufficiente viene aiutato. Anche i lavoratori autonomi. Anche gli artisti, i musicisti, gli attori. In Francia gli artisti che dimostrano di lavorare una parte dell’anno, vengono stipendiati per l’altra.

È importante capire, insomma, che la percezione che si ha di queste misure non è l’assistenza ai poveri. Conosco diversi ricercatori e docenti universitari tedeschi, giovani o non più giovani, che tra un contratto e l’altro con le università (contratti veri, ben pagati) usufruiscono del sussidio.

Il problema vero è, però, che lì … i lavoratori autonomi pagano le tasse ... mentre da noi si intitolano le vie a Craxi.

Ma non basta.

In tutta Europa è in crescita, sostenuto da grandi nomi dell’economia, intellettuali, politici, il movimento del Basic Income, che si propone di superare gli attuali sussidi di disoccupazione con un reddito di base universale, uguale per tutti.

Ma questo tema merita un discorso a parte … basti pensare, comunque, che in pochissimi giorni la Tageszeitung ha raccolto 50.000 adesioni.

La verità è che per la sinistra italiana (chiamiamola così per comodità) quella per la garanzia del reddito non ha mai avuto la dignità di una battaglia di giustizia e di libertà.

Nel nostro ritardo c’è il peso dell’ideologia della Piena Occupazione, non importa se approssimata (si fa per dire) attraverso massicci interventi in perdita dello Stato. Mi vengono in mente i manifesti della propaganda sovietica, con quelle fiere e giovani donne che brandiscono un pesante martello.

Insomma, una visione del lavoro arcaica, a cui corrisponde un’idea di società ingessata dentro ruoli corporativi che poco hanno da invidiare a quelli della destra.

La realtà delle moderne società è, invece, quella di cambiare molto in fretta: si bruciano posti di lavoro in un settore per ricrearsene in un altro. Ma è sempre difficile per le ideologie capire che si esiste come individui, e non come categorie sociali.

Così l’idea di garantire il reddito e un po’ meno il posto di lavoro (peraltro, al di là delle chiacchiere, in Italia si licenzia come negli altri paesi) suona come un affronto, come una bestemmia.

Poi il tappo è saltato, e ci siamo ritrovati con il dilagare del lavoro precario, ma senza reti di sicurezza. Ed è cresciuto il consenso clientelare, l’abuso, il lavoro nero. Dopodichè, anche la rendita politica che offrivano le vecchie categorie metafisico-sociali è finita. Oggi non esiste più un solo segretario di partito in Parlamento che venga dalla sinistra, e la proposta dell’assegno ai disoccupati, pallida misura contro la disperazione, la fa Franceschini.

Ma il ritardo italiano lo si potrebbe spiegare anche con ragioni meno ideali, o ideologiche.

Le varie forme di garanzia del reddito minimo europee sono un diritto soggettivo esigibile. Questo significa che qualsiasi cittadino ne ha diritto senza alcuna mediazione, né politica, né sindacale. Gli basta presentarsi ad un ufficio ...

In Italia, al contrario, esiste la Cassa integrazione che è discrezionale (oltre che limitata nel tempo). La puoi avere, oppure no. Dipende. La contrattazione dà un ruolo specifico ai sindacati, ai politici. Poi c’è il voto clientelare. E il bisogno resta sempre uno degli elettori più esigenti del nostro Parlamento.

...pensiero al vento...
L’introduzione di un intervento di welfare autenticamente riformista e liberale avrebbe, insomma, delle conseguenze devastanti per un sistema politico come il nostro, che non è né riformista né liberale, ma autoritario, arcaico, e basato sul consenso mediatico-clientelare-affaristico.

L’iniziativa di Franceschini sarebbe stata più forte, tanto più perché è una proposta d’urgenza, se avesse battuto l’accento sul nostro ritardo rispetto all’Europa e sulle ragioni di fondo che hanno determinato questo ritardo.

Non ci si può limitare a rimandare oscuramente a un futura “riforma degli ammortizzatori sociali” ed esimersi dal dare una connotazione politica forte all’orizzonte del problema.

Una forza politica europea, tanto più se di sinistra, dovrebbe squarciare il velo … e dire che cosa si nasconde dietro la differenza tra una spesa per protezione dalla disoccupazione del 2,5% della media europea e una non spesa italiana dello 0,4%.

Invece, anche adesso, il silenzio resta fitto.

Nessun commento: