giovedì 12 marzo 2009

...ammortizzatori sociali (2)...

Come anticipato nel post di ieri ...

Ecco come il "problema" è "risolto" negli altri paesi del vecchio continente ...

Nei paesi europei in media a partire dai 16 anni (dai 25 in Francia) si ha diritto a un reddito minimo.

Lo chiamano in vari modi:
in Francia
Revenu minimum d'insertion (RMI) che diventerà, con la riforma in atto, Revenu de solidarité active (RSA); in Gran Bretagna Jobseeker's Allowance (JSA), in Germania Arbeitslosengeld I e II.

Non solo.

Il disoccupato percepisce anche un aiuto per l’affitto … per il riscaldamento … per la ristrutturazione della casa … per i figli … per l’uso del telefono (perché il disoccupato non si può isolare, altrimenti non trova lavoro) e tante altre cose. In Gran Bretagna sono arrivati a includere anche due sterline per la lavanderia.

Importanti sono anche le integrazioni per chi ha un reddito da lavoro che si giudica inferiore ai parametri minimi. Già questa sola misura colpirebbe al cuore il lavoro nero (il fatto che non esista di fatto lavoro nero in Europa non si deve ad aspetti astrali, religiosi, antropologici). Più o meno in ogni paese europeo è così, con alcune differenze non essenziali. Rimando gli increduli a questo
video sul Belgio e l’Olanda.

Ma quanto percepisce un disoccupato in Europa?

La domanda sorge spontanea, ma è mal posta.

Le politiche di protezione sociale sono un sistema di interventi e di trasferimenti che non si può riassumere in una cifra valida per tutti.

Ci sono delle cifre di base: 613,3 euro in Belgio; 425,4 euro in Francia; 645,4 in Irlanda; 1044,4 in Lussemburgo; 345 in Germania; 743 in Danimarca, se si ha meno di 25 anni, 1153, se si ha più di 25 anni; 669 euro in Gran Bretagna; 549 in Olanda; 519 in Austria ecc.

Ma non danno il senso delle cose, perché a queste cifre di base si devono aggiungere altri versamenti per l’alloggio, per i figli ecc., per non contare tutta la serie delle esenzioni e delle riduzioni (scuole, trasporti ecc.).

Per capire di cosa parliamo è allora più utile sapere che una delle questioni del dibattito politico di questi paesi è quello di marcare la differenza tra il reddito che danno alcuni lavori poco qualificati e il sussidio.

In un
programma televisivo tedesco della WDR 1 è stato calcolato che una commessa con due figli che percepisce 1538 euro netti al mese con il suo lavoro, ne avrebbe 1454 con il sistema di trasferimenti previsto dall’Arbeitslosengeld II. Se non lavorasse, perderebbe solo 84 euro. E si noti che, con buona pace di Bersani, secondo il quale in Italia ci sono «stipendi greci e prezzi tedeschi», la vita in Germania costa meno che in Italia.

Ora qui non è il luogo per discutere dei problemi legati alla «trappola dell’assistenza» o per distinguere i paradossi dalla normalità o per elencare tutte le procedure adottate per contenere i problemi che questo sistema potrebbe produrre e, in parte, produce. Quello che ci interessa è la differenza tra la situazione della disoccupazione italiana e quella europea e il fatto che da noi non se ne sappia nulla.

Contro queste forme di protezione si fa presto in Italia a scatenare il pregiudizio: con simili protezioni nessuno lavorerebbe più.

Lo si è già fatto in via preventiva. Però è curioso che proprio da noi, dove si è ostacolata ogni forma di certezza del reddito in nome del principio che il lavoro «nobilita l’uomo», si faccia poi così presto a ridurre il lavoro a una questione di soldi.

Dove è finito il valore sociale del lavoro?

È svaporato nella solita nuvola dell’ipocrisia italiana, ovvero nell’ipocrisia di un Paese in cui tutti si contendono la coperta dell’assistenza (a partire dalle banche e dalle imprese, per arrivare ai giornali), ma per essere poi pronti a denunciare l’ «assistenzialismo» dove, peraltro, sarebbe più appropriato. E invece è vero, ed empiricamente dimostrato, che le persone preferiscono avere un ruolo nella società piuttosto che essere percepite come dei parassiti. Se ne stupiscono, naturalmente, i parassiti.

Perciò, con buona pace delle enormi zecche e sanguisughe italiche, in Francia quest’anno sono stati dedicati grandi festeggiamenti ai venti anni del Revenu minimum d'insertion (RMI). E non solo. Il Revenu de solidarité active che lo sostituirà è ancora più protettivo, riducendo al tempo stesso, con qualche accorgimento, il rischio della «trappola assistenziale».

In realtà, nessuno mette in discussione questi interventi perché garantire il reddito conviene all’intera società.

A parte i calcoli sul risparmio in spese sanitarie e in ordine pubblico, e dato per fermo il principio di solidarietà, c’è una convenienza strutturale che piace sia alla (vera) socialdemocrazia che al (vero) liberalismo.

La protezione sociale rende infatti le società più sicure e, al tempo stesso, più dinamiche ... mentre la garanzia del reddito non riduce in modo significativo la volontà di lavorare e di avere un ruolo nella società (chi vive di sussidio avrebbe in ogni caso bisogno di assistenza), è invece significativo l’impulso all’intrapresa che esso produce, proprio perché il rischio è minore.

...pensiero al vento...

... come ha scritto Hans Werner Sinn: “protetti dal Welfare State, si può osare di più” ...

1 commento:

Elio ha detto...

Caro Nicola,ne abbiamo di strada da fare per avvicinarci agli altri paesi europei.
Sono convinto che rimmarremo sempre a debita distanza.